La narrazione come esperienza di trasformazione

1 Ottobre 2007Pubblicazioni, 🇮🇹 Italiano

Il mondo della psichiatria è apparentemente molto distante da quello della letteratura nel quale mi trovo volentieri, in questa sede, ospite. Nel portare il mio specifico, cercherò di dimostrare invece come alcuni ragionamenti si applichino indifferentemente ad entrambe le esperienze, perché hanno a che fare con la stessa natura umana. Parlando dell’una, posso quindi parlare automaticamente anche dell’altra. Data la vastità del tema, dovrò far ricorso per motivi di spazio e di comprensibilità ad una certa semplificazione sul piano teorico; inoltre, non potendo essere esaustivo, mi limiterò a solo a qualche considerazione.

Quando parliamo in ambito clinico di “narrazione”, non possiamo non pensare innanzitutto ad una tecnica terapeutica che sulla relazione verbale ha costituito il fondamento stesso della propria esistenza: la psicoanalisi. Dobbiamo a Freud l’elaborazione della teoria psicoanalitica: quest’ultima non nasce però dal nulla, al contrario si impianta su un filone di pensiero che già dalla prima metà dell’Ottocento aveva progressivamente formulato il concetto di “inconscio” così come lo intendiamo oggi. Già altri prima di Freud hanno quindi avanzato l’ipotesi che una parte della nostra anima, della nostra psiche, non ci sia immediatamente presente. Questo concetto, oggi quasi banale, era in realtà molto difficile da accettare in un’epoca pervasa di un positivismo per cui il vero deve corrispondere sempre al verificabile; si tratta quindi di una piccola rivoluzione, anche perché per la prima volta sostenuta da argomentazioni via via sempre più scientifiche. Freud ha il merito di essere il primo ad organizzare il tutto in una teoria sistematica, tale da tracciare anche linee terapeutiche empiricamente efficaci. (altro…)

La libertà e l’attendibilità delle informazioni nell’era del World Wide Web

10 Gennaio 2006Articoli, 🇮🇹 Italiano

Quando a metà degli anni Novanta l’estensione del World Wide Web osservò una crescita esponenziale e si estese in egual misura la base di utenti che vi accedevano, apparve subito piuttosto chiaro che con l’aumento delle informazioni disponibili aumentava di pari passo il problema della loro attendibilità.

Nel 1993, data di uscita di NCSA Mosaic (il capostipite dei browser web), i modem avevano raggiunto velocità di 14.400 bit al secondo e prezzi relativamente accessibili, il che era quanto necessario e sufficiente all’apertura definitiva della Rete al grande pubblico (e al suo mercato). La velocità di connessione, la disponibilità di provider, il numero di utenti si incentivarono reciprocamente: a dicembre di quell’anno si contavano già tremila siti web, che sarebbero diventati mezzo milione nel 1996 per raddoppiare l’anno successivo; non si trattò di una semplice crescita, ma di una vera e propria trasformazione: la Rete da prerogativa dei “tecnici” diventava luogo di incontro elettivo fra gli interessi più disparati.

Molti strumenti di allora sono diventati obsoleti (come Gopher) o rimangono confinati ad utilizzi di nicchia (irc, usenet, l’emulazione di terminale); viceversa, alcune innovazioni prodotte nella Rete sono accessibili, ben più che al veterano, proprio all’utente comune, perché ritagliate su misura sulle sue capacità, sulle sue esigenze, sintonizzate con la sua mentalità. Tim Berners Lee, il padre del World Wide Web, ha aperto il suo weblog solo il 12 dicembre del 2005, concludendo il primo post in questo modo: “Così proverò questa faccenda del blog, usando gli strumenti dei blog. Questo per le persone che sostenevano che dovevo proprio averne uno”1. (altro…)

Psichiatria e media

1 Novembre 2005Articoli, 🇮🇹 Italiano

“Depressione” è un termine ormai di uso corrente, tanto corrente quanto impreciso è diventato il suo alone semantico. Un “googling” improvvisato e privo di ogni presunzione sociologica ci permette di trovare oltre tre milioni di pagine web in italiano che contengono la parola “depressione”, contro un milione e settecentomila che contengono “tristezza” (la prima dell’elenco, neanche a farlo apposta, riporta: “la depressione come forma della tristezza” – e ci risiamo). Come detto, questa indagine svolta dal salotto di casa non dimostra nulla; eppure, tornano i conti con la sensazione diffusa che nessuno si senta più banalmente triste, quando ha la possibilità di definirsi depresso.

Se fino a trent’anni fa chiedevamo conto ai poeti della nostra tristezza, oggi devono risponderci gli psichiatri, i quali generosamente non si sottraggono alla domanda e ci illustrano da trasmissioni, libri e rubriche cosa la depressione sia e come liberarcene. Lodevole il tentativo di rasserenare gli animi inquieti della società, però urge anche una riflessione sui rapporti fra società civile, mezzi di comunicazione e tematiche psicologiche. Queste ultime hanno infatti una presa formidabile sull’immaginario collettivo e, nel momento in cui propongono chiavi di lettura (seppur con le migliori intenzioni) non si può ignorare che lavorino anche come suggestioni potentissime e – se non ben identificate – in gran parte inconsce. (altro…)

Internet e psicopatologia

1 Settembre 2005Articoli, 🇮🇹 Italiano

Pochi fenomeni hanno subito una crescita esponenziale e vertiginosa come quella che ha caratterizzato Internet negli ultimi dieci-quindici anni. Forse sono ancor meno le innovazioni tecnologiche capaci, a così breve distanza dalla loro diffusione iniziale, di entrare nell’uso comune, di cambiare o condizionare la vita quotidiana del cittadino, financo il suo modo di mettersi in relazione con gli altri. L’evoluzione tecnica del mezzo informatico, inoltre, è talmente rapida che spesso l’analisi di un fenomeno si completa quando il fenomeno stesso si è riadattato, trasformato in altro.

Anche sul fronte psichiatrico si è osservata una serie eterogenea di situazioni cliniche relativamente nuove, che la psichiatria ha fronteggiato con gli strumenti che possedeva. Sono nate così etichette per sindromi da dipendenza da Internet e simili, nel tentativo di incorporare nuovi comportamenti nella nosografia corrente, che è prevalentemente quella, di stampo americano, del DSM-IV.

Per evitare di cadere in uno sterile collezionismo di sindromi “à la DSM” (dipendenza da chat, dipendenza da computer, panico da “disconnessione” etc.) che nulla ci dice su cosa succede effettivamente “là dentro”, non resta che procedere pazientemente con alcune osservazioni di stile fenomenologico, alla vecchia maniera. (altro…)

11 – Conclusioni e bibliografia

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

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Epidemiologia

I costi sociali di questa condizione sono considerevoli. Lo è tanto il peso indotto (sono persone che non producono) quanto quello indiretto (pesano sulla famiglia), ma dall’esordio in poi diventano enormi anche le spese vive: il più delle volte questi pazienti seguono una lunga psicoterapia (minimo due anni) e trattamenti psicofarmacologici costanti (non meno di un anno, usualmente a base di generose dosi di serotoninergici e benzodiazepine). Il disturbo, per quanto clinicamente lieve o compensato, grava per migliaia di euro l’anno sulle spalle del paziente o dello Stato; cionondimeno, comparirà difficilmente in statistiche o in voci di bilancio ufficiali perché è di difficilissima quantificazione: dapprima, perché è inquantificabile una mancata risorsa; dopo l’esordio, perché questi pazienti più raramente degli altri ricorrono al servizio pubblico non trovandovi il setting adatto. La involontaria capacità del paziente di sfuggire alle statistiche è peraltro un altro fatto non contingente: si tratta spesso di persone relativamente benestanti o comunque poco inclini a rivolgersi ad ambulatori pubblici (dove, comunque, la capacità di offrire psicoterapie analitiche a lungo termine è obiettivamente insufficiente) e capaci se necessario di affrontare le spese farmacologiche senza la puntuale prescrizione dello specialista pubblico. La prognosi del disturbo non trattato o rientrato in una fase di compenso, infine, è (almeno ipoteticamente) severa quoad functionem, visto che è prevedibile una ricaduta al successivo life-event. Parliamo quindi — mi si passi la metafora — di una massa oscura che nessuno vede al telescopio, ma dagli imponenti effetti gravitazionali.

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10 – Colpa, vergogna, responsabilità

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Capitolo 9

Colpa, vergogna, struttura sociale

Nelle storie dei nostri pazienti esistono altri due aspetti che non ho ancora nominato, ma che appaiono fortemente problematici: la colpa e la vergogna. Questi due vissuti vengono fortemente negati ed evitati, e di rado appaiono esplicitamente nel colloquio psicoterapeutico nonostante se ne percepiscano di continuo gli echi.

Non approfondirò in questa sede le interpretazioni analitiche, che richiederebbero uno spazio congruo. Mi sembra invece interessante riflettere sulle risonanze sociali e culturali che attraversano lo spazio antropologico in cui compare la psicopatologia qui descritta. In ciò, ovviamente, sposto l’attenzione dalla dinamica intrapsichica a quella collettiva, cui attribuisco un ruolo maggiore a quello di semplice spettatore.

Per affrontare questo argomento, possiamo partire da molto lontano, anzi, quasi dall’inzio:

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9 – Dal caso al contesto

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Capitolo 8

Incatenati dalla libertà?

La titolarità dell’azione è quindi la vittima predestinata di questa sequenza di crimini. Il paziente rimane soggetto solo in quanto “soggetto passivo di esperienza” perdendo la propria capacità di eseguire atti consapevoli (l’actus humanus) e responsabili. In una parola, perde la propria libertà.

Egli resta confinato in un limbo, dotato di un Io continuamente sub iudice, nell’attesa di un indefinito ed indefinibile compimento. L’attesa è però piatta e vana, non abita il tempo nel suo ad-tendere, è bensì un non-tempo vuoto di avvenimenti.

Egli scarta ogni ipotesi di sé (e del mondo che lo circonda) che non rispetti un ideale precostituito e perfetto, un ipotetico e generico appagamento del proprio desiderio; quest’ultimo peraltro viene definito solo in negativo, come mancanza di difetto. È un ideale vuoto anch’esso, perché non incarnato: è non-esistenza, non-scelta, non è nulla in particolare, è l’abbandono di nessuna via. Il tempo trascorso è tempo perso perché imperfetto, segnato dalla ferita dell’e-sistenza; e, del resto, verso l’ideale non ci si incammina per non restare vittima del frattempo.

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8 – La persona come soggetto dell’esistenza

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Capitolo 7

All’origine del problema

La presenza del corpo, la percezione di un tempo in divenire, la relazione con l’alterità sono tre elementi che consideriamo fenomenologicamente dati e anzi costitutivi dell’esistenza stessa. Nel nostro caso – come fin qui dimostrato – questi elementi non si danno nella loro “naturalezza”, ma appaiono in qualche misura defettuali; abituati al confronto lacerante con la psicosi, con la sua evidenza, con l’angoscia che l’accompagna e la sostiene, rischiamo di non accorgerci di quanto possano essere “defettuali” esistenze congelate nell’incompiutezza, esistenze che sfuggono all’analisi, si nascondono all’evidenza, sono tormentate da un’angoscia sorda ed invisibile.

Siamo dunque giunti a ciò che c’è dietro e prima della fenomenologia clinica, ovvero a ciò che ci interessa non tanto per porre diagnosi o per stabilire una terapia (basta a questo quanto fin qui detto), quanto per comprendere un senso ed immaginare una prevenzione.

Dalla frammentazione iniziale della sintomatologia siamo giunti ad un più sintetico assortimento psicopatologico; esso sembra offendere i presupposti stessi dell’esistenza: il corpo, il tempo, la relazione. Voglio riconoscere come punto di repere essenziale all’interno di questo trittico, più specifico interprete dell’esistenza, nonché vera vittima del nostro problema, il concetto di persona. Questa scelta rappresenta una precisa presa di posizione.

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7 – Psicopatologia e diagnosi

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Capitolo 6

Elementi isterici

La psicopatologia di questi pazienti – come detto – è piuttosto eterogenea, essendo contemporaneamente presenti sia tratti isterici (sia nel senso dell’isteria propriamente detta che sotto forma di isteria d’angoscia) che ossessivi.

Caratteristicamente isterico è il rapporto fortemente impressionistico con il passato, con la memoria e con la ricostruzione degli eventi, nonché il fatto che il paziente focalizzi la relazione in base all’evitamento delle possibilità di abbandono e alla risposta alle aspettative.

La sessualità è in tutti i casi coartata, l’identità sessuale è labile; non è presente desiderio per l’atto in sé, vissuto in via subordinata ad altri aspetti della vita psichica (gratificazione, identificazione, mantenimento del legame, adesione al ruolo etc.).

Il sintomo – al di là della sua manifestazione – si accresce di un elevato valore simbolico e relazionale, tanto da apparire l’effetto di una sorta di conversione psichica. Potremmo chiederci dunque se non ci si trovi di fronte ad una nuova presentazione dell’isteria, in cui la conversione somatica si trasferisca in ambito psichico adattandosi al contesto socioculturale contemporaneo1. La risposta richiederebbe uno spazio interamente dedicatole e dipenderebbe innanzitutto da cosa si voglia intendere oggi per “isteria”.

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6 – Adolescente, adulto, adultomorfo

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Capitolo 5

Il corpo

Le caratteristiche fin qui descritte pongono il paziente in una condizione assolutamente peculiare. Benché, come già anticipato e ulteriormente precisato sotto, egli mantenga alcune caratteristiche tipicamente adolescenziali, il paziente non è adolescente – e non solo per sopraggiunti limiti di età.

Per quanto apparentemente banale, manca innanzitutto quel correlato biologico che segna in modo inequivocabile la trasformazione: la maturazione sessuale somatica. Il cambiamento incontrovertibile del corpo è, prima che specchio, motore stesso del cambiamento, suo riscontro, suo indelebile segno.

Nel nostro caso, invece, il corpo è uno spazio senza tempo, un luogo immobile, disabitato, non simbolizzato. Percepito per contiguità anziché in continuità, esso è uno spazio fobico in cui si agitano pulsioni ignote e non decodificabili, colto prevalentemente nelle sue potenzialità morbose e vissuto come oggetto: a volte come proprietà, altre volte, per via dell’influenza che esercita sulla vita quando si ammala, come tirannico proprietario. Nelle manifestazioni somatoformi caratteristiche dei pazienti con il panico come sintomo-chiave, il corpo da oggetto diventa addirittura solo luogo, ove il sintomo incomprensibile emerge all’improvviso e tende i proprî agguati.

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