Come è possibile che QAnon sia arrivato in Italia? O, più in generale, com’è possibile che notizie ridicolmente false vengano recepite acriticamente e condivise da un numero così importante di persone?

Anche se leggendo la frase “Amazon vende i bambini camuffati da piumini” viene facile la battuta “chiamate lo psichiatra”, la questione in realtà è terribilmente complessa. Queste persone sono “normali”? Ecco, più sì che no. Qui è il problema.

Il “delirio” è un tema complicatissimo che non posso spiegare in pochi tweet. Riduciamo all’osso. Perché si possa parlare di delirio occorrono tre criteri:

  1. certezza incrollabile
  2. non credibilità
  3. autoreferenzialità

CERTEZZA: nonostante ogni evidenza, ogni spiegazione alternativa, ogni invito al dubbio, le posizioni rimangono immobili. Al contrario, ogni ragionamento viene guidato verso la verifica dell’ipotesi di partenza (anche questo tipico del delirante).

NON CREDIBILITÀ: il che non vuol dire che il contenuto è “incredibile” (può essere anche molto razionale – e nella paranoia anzi è sempre verosimile), ma semplicemente che il contenuto è falso. Chi decide se è vero o falso? Beh, spesso le circostanze, ma conta poco perché per quanto possa sembrare strano, clinicamente questo elemento è il meno significativo.

AUTOREFERENZIALITÀ: il centro del delirio è il delirante. Questo è il criterio veramente patognomonico (chissà se i giovani colleghi se lo ricordano che il delirio va diagnosticato da questo e non dal contenuto? mah, speriamo bene). Salvo particolari eccezioni, non credo agli alieni: credo che gli alieni parlino con me. Non credo che qualcuno righi le macchine in garage, credo che il vicino righi la mia perché mi odia. Non credo che tutti ce l’abbiano con te, credo ce l’abbiano con me.

Qui, si inceppa tutto: i cospirazionisti si sentono sì al centro di un universo di cospirazioni di cui solo loro hanno identificato i nessi, ma non a livello individuale e soggettivo. In senso stretto quindi, queste persone non delirano. La strada a questo punto si biforca.

A livello individuale, abbiamo a che fare con persone evidentemente fragili e suggestionabili, tutte di possibile interesse psicopatologico e psicoterapeutico, ma meno – salvo eccezioni – di interesse strettamente psichiatrico (anche se io farei un MMPI a tutti).

Il livello che ci deve interessare di più – e qui la psichiatria si ferma e rilascia spazio alla psicopatologia – è invece quello collettivo e deve reinvestigare, alla luce dei cambiamenti degli ultimi 30 anni, il nostro rapporto (collettivo) con la realtà. Rapporto che diamo per scontato ma non lo è e non lo è mai stato: per distinguere il credibile dall’incredibile abbiamo sempre utilizzato dei criteri che vanno ben oltre la mera esperienza sensibile (che non discrimina, ad esempio, la “menzogna”).

Le nostre credenze vengono incoraggiate o scoraggiate dalla comunità, ad esempio. O da (quella che riconosciamo come) l’autorità. O da ciò che impariamo da bambini. O dall’ideologia (etc.). Nella vita questi parametri, secondo i casi, sono più o meno fluidi. I bestiari fantastici dell’antichità non erano, per il lettore dell’epoca, affatto fantastici: storie ed esperienze passate di mano in mano, trasfigurate, riferivano il reale come potevano e il lettore le riteneva – appunto – credibili e reali.

Oggi si inserisce fra elementi culturali ed esperienza sensibile un “terzo” che ha i tratti del nuovo – la “dimensione virtuale-social” – e che va, secondo me, capito bene (pur riproducendo schemi noti) proprio nei suoi elementi nuovi.

Questa dimensione:

  • placa la nostra ansia dandoci strumenti interpretativi ultrasemplificati
  • aumenta esponenzialmente le informazioni da scegliere a questo scopo
  • conferma i nostri collegamenti, gratificandoci
  • ci protegge per un malinteso senso di comunità

Ci rende eroi, rivoluzionari, genî, parte di un gruppo di ribelli protagonisti senza però l’onere di affrontare conseguenze pratiche di alcun genere perché tutto ciò abita precipuamente lo spazio virtuale (finché qualcuno non svalvola e spara al primo che passa). La patologia quindi non è più individuale: è la patologia di un tessuto sociale sfibrato, che non offre più le tutele procurate dalla comunità, dai contenitori ideologici, dalla fiducia nell’autorità, che ha perso ogni certezza e si attacca al primo scoglio che trova.

Così sfibrata che le certezze vengono cercate in quello spazio virtuale che diventa alternativo a quello fisico, uterino (perdonatemi l’immagine scompostamente analitica): protegge, nutre, contiene, non chiede. La comunità regredisce a uno stato tribale.

Singolarmente, come detto, sono tutte persone fragili (e “aiutabili” psicoterapeuticamente), ma converrebbe piuttosto affrontare la malattia (sociale), non il sintomo (sempre sociale, cioè l’individuo che ne è vittima).

Esiste poi – ohimè – un terzo piano che è quello della manipolabilità (e franca manipolazione) sia delle informazioni che dei gruppi così suggestionati, ma questo è altro (lungo e penoso) argomento.


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