Napalm girl

3 Luglio 2019Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

La foto di Kim Phúc, che all’epoca aveva 9 anni, è stata scattata l’8 giugno del ’72 da Huỳnh Công “Nick” Ùt, fotografo di AP. La zona è una quarantina a nord di Saigon, in territorio “amico”. Il suo villaggio viene bombardato per sbaglio. Ut la vede correre nuda, mentre urla “Brucia! Brucia!”. Le cadono pezzi di pelle.

Ùt è un fotografo esperto e sa già che si tratta di napalm: senza aiuto non ha speranze. La nonna di Kim Phúc ha tra le braccia un altro bambino che muore davanti ai loro occhi. Ùt smette di scattare, le versa addosso tutta l’acqua che ha e la carica sul furgone per portarla in ospedale. Resta con lei tutto il tempo. Le sue condizioni sono così gravi che deve insistere per farla curare, ma ci riesce. La fa poi trasferire in un ospedale americano. Kim Phúc sopravviverà.

Sviluppato il rullino, ecco un problema: la bambina è nuda. Horst Faas (che difese anche “Saigon execution” di E. Adams) si impone e decide di violare gli standard di AP sul nudo. “Abbiamo un Pulitzer”, mormora mentre guarda il negativo. Nixon rilascia una dichiarazione in cui suggerisce che la foto possa essere un falso.

Il fratello di Nick, anche lui fotografo per AP e morto in Vietnam nel 1965, gli disse una volta “spero che un giorno le fotografie che scatto possano fermare la guerra”. Questa foto non ferma da sola la guerra, me è uno dei colpi di grazia all’azione militare USA in Vietnam. Nel 1973 Ùt vince il Pulitzer e la guerra finisce.

Questa foto abbatte molti miti e continua a farlo tuttora. Innanzitutto, la “neutralità” del fotografo: la testimonianza non implica la rinuncia all’umanità. Mette in evidenza l’insufficienza della regola astratta rispetto alla potenza comunicativa di un’immagine. Facebook ha censurato l’immagine nel 2016, dovendo poi fare una clamorosa marcia indietro.

Infine viene da chiedersi oggi, usando le parole che Don McCullin ha usato per un suo libro: “Is Anyone Taking Any Notice?”

Importa a qualcuno?


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Quando l’io diventa sovrano

29 Giugno 2019Articoli, 🇮🇹 Italiano

Il dibattito intorno ad alcuni temi si è fatto recentemente molto acceso. Le posizioni tradizionali — Dio e Cesare, diritti e doveri, conservatori e progressisti — si trovano sempre più polarizzate l’una contro l’altra. Il conflitto si radicalizza e soffoca gli spazi di dialogo. Che i conflitti possano estremizzarsi non deve certo sorprendere; leggendo la contemporaneità secondo le categorie consuete rischiamo però di trascurare alcuni elementi nuovi.

Da un lato sono venute meno le grandi impalcature ideologiche che davano una forma coesa, orientata, condivisa anche al disagio sociale e al dissenso. Dall’altro, l’influenza dei nuovi media ha dato al singolo individuo uno straordinario (ma totalmente deresponsabilizzato) strumento di amplificazione della propria voce. Oggi si può interloquire (o, meglio, sentire di star interloquendo) direttamente con alti funzionari, celebrità, personalità di ogni genere. Ogni tweet, ogni status, ogni post, in virtù di una possibile viralità, assurge alla dimensione fantastica di un annuncio Urbi et Orbi.

In questo panorama sembra emergere una sorta di insurrezione in tre grandi aree: l’area della politica, ovvero il mondo del fare; l’area della scienza, ovvero il mondo del sapere; l’area della religione, ovvero il mondo del credere. Le popolazioni di queste tre aree di dissenso — non è un caso — presentano larghe sovrapposizioni.

I punti di riferimento di una volta (il rappresentante delle istituzioni, lo scienziato, lo stesso Pontefice) vengono aggrediti con sorprendente virulenza; non già per ciò che sostengono, bensì per ciò che rappresentano: l’esistenza stessa di un’autorevolezza, di un’istanza altra che pone limiti all’espansione sempre più autoreferenziale di un “io” individuale. La cifra inquietante di questo conflitto non è quindi la sua intensità né ha a che fare con le posizioni sostenute. La dialettica non è più fra due collettività: è piuttosto fra l’individuale e il collettivo. (altro…)

Scienza e religione

19 Giugno 2019Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

La fede attiene al campo del senso, non della conoscenza delle cause e degli effetti. La conoscenza di fede, se è di fede, non è scientifica – e viceversa. Il meccanismo del credere è solo apparentemente logico-razionale: noi non crediamo a ciò che riteniamo logico, ma a ciò che ci sembra vero (da un punto di vista sensopercettivo) o giusto (da un punto di vista conflittuale). Esempio: il delirio paranoicale è assolutamente logico, verosimile, credibile, formalmente corretto – ma è falso.

La fiducia nella scienza richiede uno sforzo ulteriore rispetto a questo limite. Se la logica fosse veramente la stessa per tutti, tutti saremmo sempre d’accordo su tutto. È facile piegare l’interpretazione delle evidenze per far quadrare una teoria che “ci piace”. Sono il dibattito scientifico, la verifica e l’esposizione alla critica che garantiscono, non la presupposta logicità del procedimento.

Chi cerca di dimostrare la non ragionevolezza della fede (vedi Odifreddi) spesso lo fa con argomentazioni logiche terribilmente fallaci. Innanzitutto perché non comprendono il campo al quale vogliono applicarsi. Per esempio che la fede è irragionevole. Altrettanto vano è il tentativo di dimostrare logicamente la validità della religione, della fede o l’esistenza di Dio (non funzionava per Sant’Anselmo, non funziona nemmeno oggi).

Quanto alla mia esperienza (di persona che lavora proprio con le capacità associative dei pazienti) posso garantire che le capacità associative di credenti e non sono del tutto sovrapponibili: gli stupidi restano stupidi, gli intelligenti intelligenti. Questo non determina la superiorità intellettuale o antropologica di nessuno, né ateo né credente. Sono due atteggiamenti diversi e il problema sorge quando si mescolano in modo improprio: ovvero quando gli scienziati aderiscono fideisticamente a un’idea o quando i credenti vivono una fede intellettuale (entrambe le cose capitano spessissimo).


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La persona più della malattia

7 Giugno 2019Articoli, 🇮🇹 Italiano

C’è un problema diffuso di interpretazione del disagio mentale e, a seguire, anche del senso del trattamento psichiatrico o psicoterapeutico. In nessun campo della medicina il concetto — già di per sé ambiguo — di salute è sfuggente come lo è in psichiatria. Forse è per questo che si sente la necessità di una demarcazione forte, come se l’idea stessa del disagio psichico possa in qualche modo contagiarci. Ciò che più ci protegge dalla «stranezza» dell’altro è sapere che in realtà, sotto sotto, non è veramente come noi. Possiamo così avvicinarci — anche moltissimo — ma è come se si rimanesse dall’altra parte di un vetro. Un po’ come allo zoo. Se la demarcazione si fa incerta, le cose invece si complicano moltissimo.

In realtà, il discorso vale anche a parti invertite, almeno per la sfera nevrotica. Chi non sta bene cerca spesso l’etichetta che lo definisca, che gli dia una patente di malattia, lo giustifichi rispetto alle proprie inadeguatezze e lo rassicuri sulla disponibilità direi «algoritmica» di una procedura terapeutica. Si mette, per dire, in una gabbia comoda (e ci sarebbe molto da riflettere su una società in cui bisogna sentirsi matti per sentirsi giustificati).

Rimanere invece in quella zona grigia, indefinita, in cui non conta tanto la malattia quanto la persona (le sue scelte, la sua libertà, il suo destino, la sua felicità), è terribilmente faticoso sia per chi sta al di qua sia per chi sta al di là di questa demarcazione artificiale.

E qui si manifesta il primo fraintendimento: per quanto la terapia possa prevedere colloqui, pillole, ricoveri e trattamenti più o meno coatti e per quanto l’indice della sua evoluzione sia rappresentato dai suoi sintomi, lo scopo reale dello psichiatra non è, come può sembrare, quello di curare la malattia. (altro…)

Verità e Fotografia

18 Settembre 2018Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Molte fake news si basano sulla distorta interpretazione di una foto. Diamo per scontato che la fotografia sia oggettiva: del resto, noi crediamo innanzitutto “ai nostri occhi”. La mia storia preferita, quando devo spiegare questo tema, riguarda una foto di Joel Sternfeld.

1º livello (la foto): Joel Sternfeld, McLean, Virginia; December 1978. Un commento che lessi una volta a questa foto la interpretava così: mentre i colleghi rischiano la pelle per domare un incendio, un pompiere si compra incurante una zucca.

2º livello (la storia): Sternfeld sta passando nei pressi di un campo di addestramento quando assiste a questa scena. L’incendio è finto, il pompiere inquadrato è in pausa. Questa informazione supplementare cambia completamente l’interpretazione dei fatti.

3º livello (la storia della foto): Sternfeld racconta anni dopo che non aveva idea si trattasse di un addestramento. I livelli di realtà e interpretazione si rimescolano ancora. Ancora più emblematica quindi la scelta del titolo: vago, generico.

4º livello: Quando ho raccontato questa storia ad Augusto Pieroni (docente a Officine Fotografiche), mi ha risposto che probabilmente – conoscendo Sternfeld – egli avesse visto soprattutto “l’arancione” (zucche-fuoco). L’incursione nello sguardo del fotografo apre un altro piano di lettura. (altro…)

My troubled love with Lucca Comics

29 Novembre 2017Fotografia, 🇬🇧 English

Lucca Comics is the largest comic-con in Europe and arguably one of the three or four most important events of this kind in the world. It started as a niche, nerdy gathering hosted in a parking lot, only to grow so much that the old town hardly holds the average 100k daily visitors inside its walls.

It’s a very peculiar mix between a publishers’ faire, a gaming convention, a cosplay gathering and a classic comic-con with international “A-list” guests: all in the unusual setting of an ancient town with a medieval look, dungeons, old walls and green areas blended with the yellow and orange colours of Autumn. And a crazy, totally unpredictable weather.

Cosplayers are pure gold for the shy photographer

My first time in Lucca was in 2012: when I started to reconnect with photography I thought it would be an ideal destination for a shy photographer who wanted to include more the human figure into his pictures. I was quite right.

Cosplayers don’t just agree, they crave for their picture to be taken: it’s an acknowledgement of their work. They are welcoming, kind enough to give you all the time you need, very forgiving and they often know exactly how to pose (and gladly follow your directions if you plan to give them any).

Rejection in Lucca is just not part of the equation. Everyone is polite and happy.

Photographer in action at Lucca Comics
Say “cheese”

As an annual event with more or less the same audience and the same characteristics, Lucca gives me a year-over-year check on my approach in an almost experimental environment – which is quite weird.

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The SPi Workshop in London

23 Agosto 2017Fotografia, 🇬🇧 English

When I re-joined Instagram few months ago after a five years long gap, I didn’t know exactly what to expect. I started following people randomly, according to few mostly unconscious rules: contrasty black and white (or interesting use of colour), urban/street photography, good composition and geometries. In less than one month, I had unwillingly selected most of who are still among my favourite photographers – not just on Instagram but generally speaking: people I now follow on other social media, whose personal website I’ve browsed and for whom I’d book a plane ticket to attend an exhibition. In this, Instagram was indeed a surprise.

The very first one of these people was Craig Reilly.

After him, it was a matter of days before I discovered the rest of the Street Photography International Collective (→ website): Alan Schaller, Walter Rothwell and, last but not least, Emily Garthwaite. And it was love at first sight.

Stagnation and timing

After my first timid attempts at street photography last Summer – at the cost of an incredible amount of stress – I retreated to more comfortable experiences. It was an interesting year but my push was fading, comfort was increasing too much and as a result I fell in total lock down. I needed a spark and couldn’t find any. In the meantime – as I often do when I’m in lock down – I kept devouring images (and, inevitably, SPi photos).

When I discovered that a workshop was planned in London for those very days when I was supposed to be around, I joined immediately. I’d never attended a workshop before (nor I received any “formal” photography education) and I tend to be uncomfortable in unpredictable social situations: joining was an impulse, an internal voice telling me: you need to catch this train now.

Here is how it went, why this was the best thing that could happen to me and why you should really keep an eye on their next workshops.

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“Project:Home” and the comfort zone

5 Aprile 2017Fotografia, 🇬🇧 English

The most common advice given by photographers (and creatives in general) is probably: “Get out of your comfort zone”. I’ve seen it countless times on blogs, books, interviews and articles. It’s difficult to disagree with this statement, whose implications are largely obvious. Nevertheless it may raise some issues.

This is how many of us would depict it:

Picture 1

Getting out of our circle of safety forces us to access unexplored areas and experiment with techniques, styles, tasks, interactions. To do so, we usually identify a specific goal and/or give ourselves a self-assignement. In my case for example, I identified the lack of the human figure in my photos as a limit and decided to experiment with street photography. I went out more, walked around the city, dared to shoot when I usually wouldn’t. It worked, for a bit. Then it didn’t work anymore: I felt less and less motivated and at some point I discovered I was photographing monuments more than people (in my defense, it’s easy to be distracted when you live in Rome).

The fact is, sometimes we think we are working as in picture 1, while this is how things are actually going:

Picture 2
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Beginnings

29 Gennaio 2017Fotografia, 🇬🇧 English

This was supposed to be the first post in a series, covering in english the first year of monthly assignements for BombaCarta. Unfortunately, I was devoured by a number of issues and time constraints, so I couldn’t keep up. If you can speak italian, many reports about the year 2016-17 (including assignements and workshops) are on BombaCarta‘s website. This assignment was given on November 2016 and terminated on December 2016.

Choose your medium

Choose your medium carefully: you will stick to it for the whole year. For writing and photography a clear path will be provided but you are encouraged to experiment with any other form of art as long as you accept the duty to “translate” the assignment accordingly. Some forms of art work better in a group: if you have one, you could consider cinematography or dance for example. This is less obvious and more challenging as it may seem: if you do it, I’d love to know how it goes.

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