Clinicamente morto

5 Settembre 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

A mente fredda e con un po’ di pazienza, proviamo a fare un’analisi serena della Zangrilleide usandola per riflettere più in generale sulla gestione del Covid. A febbraio (una vita fa) scrissi un thread su Burioni.

Il thread non mi sembra invecchiato e anzi molti principi si applicano pari pari a Zangrillo. Il che mi permette di non insistere troppo su quanto i modi della comunicazione siano non meno importanti dei suoi contenuti.

Entriamo però nello specifico su alcuni punti.

Primo: il “clinicamente morto”

Invito chiunque a spiegarmi la frase “il virus è clinicamente morto”. Non voglio sapere cosa “intendesse” Zangrillo: chiedo una definizione da vocabolario. Un medico che vada in televisione ammantato della propria autorevolezza con l’intenzione di orientare i comportamenti del cittadino non può permettersi il lusso della fraintendibilità (ah, non troverete definizione perché la frase non ha – clinicamente – senso).

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Il virus e gli intellettuali

10 Giugno 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Di questa pandemia, mi preoccupa poco l’orda di stupidi che pensa che il COVID sia un complotto dei marziani per controllare l’economia col 5G. Sono più allarmato dall’atteggiamento degli “intellettuali”.

Con “intellettuale” intendo quelle persone che, dotate di competenze e – si spera – di sufficienti strumenti intellettivi, dovrebbero spiegare e possibilmente aiutare a governare certi processi storici. Istituzionalmente o, nel loro piccolo, come cittadini. Gli scambi più frustranti – quasi angoscianti – li ho avuti con questi ultimi. La cosa non mi lascia affatto tranquillo. Non mi piace quello che vedo:

  1. Non si conferiscono patenti di attendibilità sulla sola base di indici o titoli. Non tutto è sempre misurabile.
  2. Non si può ridurre l’interpretazione di un evento complesso alla sola disciplina che si conosce e ai suoi strumenti. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…”
  3. Più si sa, più ci si dovrebbe render conto di non sapere.
  4. Sono scandalizzato dalla difficoltà di alcuni a definire i termini di una discussione prima ancora del suo contenuto, a capire un’affermazione prima di criticarla, a dimostrare un argomento senza cadere nei punti 1-2-3.
  5. In un mondo scientifico così polarizzato verso la specializzazione, non serve solo la competenza nel proprio ramo: serve la capacità di recuperare visioni sintetiche, d’insieme. E questo non è più possibile senza interdisciplinarietà o almeno elasticità mentale.
  6. Il bisogno compulsivo di riportare un fenomeno a un insieme circoscritto di cause semplici senza la capacità di dire “non lo so”.
  7. L’incapacità di gestire l’incompletezza dei dati e, come soluzione, la decisione di di ignorarla ricorrendo a semplificazioni inaccettabili.
  8. Il disprezzo per l’intelligenza umana nel suo senso più nobile, ovvero quello di subentrare a tale incompletezza con intuizione, capacità associativa, anche arbitrio, per prendere decisioni ponderate e responsabili laddove i fatti non siano da soli sufficienti a dare certezze.
  9. L’incapacità quindi di governare fenomeni di cui sfugge la portata perché non si ha il coraggio di dire: “non sapendo che succede, questa è la cosa migliore che possiamo fare” (e affrontare la critica di chi poi sosterrà che si doveva fare altrimenti).

Non mi sorprende a questo punto la risposta molto deludente dell’apparato, della tecnostruttura, dell’accademia, degli organismi internazionali – tutte istanze da cui mi aspettavo qualcosa di più rispetto alla politica.

Il mondo “intellettuale” non sta dando, insomma, un grande esempio. Inutile discutere su cosa pensiamo, se non siamo più capaci di pensare.

P. S. – Forse un esamino obbligatorio di filosofia della scienza nelle facoltà scientifiche sarebbe opportuno


→ Thread originale

La comunicazione scientifica su Twitter

21 Febbraio 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Breve Saggio di Comunicazione Scientifica su Twitter o “Del perché stavolta non sono dalla parte di Burioni”. Thread lungo e noioso, ma così chiarisco una volta per tutte. Portate pazienza.

Premessa. Nessuno mette in dubbio la competenza scientifica di Burioni, l’attendibilità delle sue previsioni, l’opera meritoria che ha svolto finora sul morbillo. Partiamo, per spiegare, proprio dal morbillo. Abbiamo una popolazione che, al di là delle indicazioni mediche e giuridiche, tende a non vaccinarsi per paura. Non si fida.

Abbiamo anche una maniera oggettiva per misurare questa resistenza: le coperture vaccinali.

L’azione di Burioni (piacciano o meno i metodi) agisce su una popolazione avendo come bersaglio un comportamento, come obiettivo la modifica di quel comportamento e ha persino un effetto misurabile (le coperture).

La copertura vaccinale in Italia è SALITA. Perfect, missione compiuta.

Il coronavirus è, come il morbillo, un virus. Il coronavirus è, però, un problema di ordine completamente differente. Che lui affronta, ohimè, nello stesso modo. Qui si divaricano ricercatore e divulgatore (che non si definisca tale è irrilevante, se svolge di fatto quella funzione). (altro…)