Decisioni

18 Marzo 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Un tweet letto ieri mi ha fatto pensare a cosa significhi “fare la scelta giusta”, in particolare in un periodo come questo. Retrospettivamente, le decisioni sembrano sempre facili, ma cadiamo in due generi opposti di inganno.

Nel primo ci ostiniamo a rivedere la situazione con gli occhi di allora, trascurando i dati di realtà che sono emersi nel frattempo, per difendere una decisione presa. E anche allora, probabilmente, siamo stati troppo deterministi. O troppo “certi”.

Nel secondo, più frequente, facciamo il contrario e dimetichiamo quanto al momento della decisione le cose che ora sono evidenti non fossero chiare. Vediamo quindi la situazione solo con gli occhi di oggi.

In entrambi i casi, il giudizio retrospettivo si basa su una sola delle possibili realtà che sono conseguite al nostro gesto. Non abbiamo mai la controprova definitiva su “cosa sarebbe successo se” (ma immaginiamo comunque di saperlo). In entrambe le situazioni ci separiamo dal sentimento di incertezza, di sospensione, anche di angoscia, che caratterizza il “non sapere” cosa ci aspetta. La de-cisione (“taglio”) è un momento turbolento e complesso che chiama in causa libertà, responsabilità, irrevocabilità. L'”actus humanus” è l’atto decisionale “libero e responsabile”. In pratica, proprio nel “decidere” (e nell'”uc-cidere” le tutte le possibilità tranne una) esprimiamo la nostra “umanità” fino in fondo. (altro…)

Paura

23 Febbraio 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Parliamo di paura.

Premessa: userò qui i termini paura, ansia e angoscia in modo colloquiale e con significati parzialmente sovrapponibili. Non è un trattato di psicopatologia, mi interessa solo il senso di un ragionamento.

La paura è un’emozione naturale suscitata dalla presenza o dalla possibilità di un pericolo che induce una reazione di fuga o di difesa. Essendo noi esseri piuttosto evoluti, il concetto di “pericolo” è particolarmente esteso. Sono pericoli quindi un orso che corre verso di noi o la casa che va a fuoco, ma anche una strada ghiacciata, il conto in banca che si assottiglia, far arrabbiare la fidanzata, non passare un colloquio etc.

In pratica, guardato nella giusta prospettiva, il mondo è un enorme, gigantesco complesso di pericoli. Il nostro cervello ci viene in aiuto facendo per noi, senza che ce ne rendiamo conto, una feroce selezione. Quel che avanza viene gestito con altri trucchi. Fra questi, la razionalizzazione. Sapere cosa succede e perché ci aiuta a gestire il problema. Pensare di sapere cosa succede e perché ci aiuta a tenere sotto controllo l’ansia.

Essendo il mondo governato da (così pare) leggi fisiche, conoscere i nessi causali è una strategia vincente nel 99% dei casi. Il problema è che nel 99% dei casi siamo anche costretti a fare un’opera di semplificazione: “Esco di strada perché la strada è ghiacciata” è sostanzialmente vero, ma lo dico senza aver valutato il coefficiente di attrito, la massa dell’auto, la superficie della strada nel punto in cui ho perso il controllo etc.; tralascio un sacco di dettagli. (altro…)

La comunicazione scientifica su Twitter

21 Febbraio 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Breve Saggio di Comunicazione Scientifica su Twitter o “Del perché stavolta non sono dalla parte di Burioni”. Thread lungo e noioso, ma così chiarisco una volta per tutte. Portate pazienza.

Premessa. Nessuno mette in dubbio la competenza scientifica di Burioni, l’attendibilità delle sue previsioni, l’opera meritoria che ha svolto finora sul morbillo. Partiamo, per spiegare, proprio dal morbillo. Abbiamo una popolazione che, al di là delle indicazioni mediche e giuridiche, tende a non vaccinarsi per paura. Non si fida.

Abbiamo anche una maniera oggettiva per misurare questa resistenza: le coperture vaccinali.

L’azione di Burioni (piacciano o meno i metodi) agisce su una popolazione avendo come bersaglio un comportamento, come obiettivo la modifica di quel comportamento e ha persino un effetto misurabile (le coperture).

La copertura vaccinale in Italia è SALITA. Perfect, missione compiuta.

Il coronavirus è, come il morbillo, un virus. Il coronavirus è, però, un problema di ordine completamente differente. Che lui affronta, ohimè, nello stesso modo. Qui si divaricano ricercatore e divulgatore (che non si definisca tale è irrilevante, se svolge di fatto quella funzione). (altro…)

Straniero

27 Luglio 2019Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

In questo tweet di @antoniospadaro c’è un termine che mi ha colpito molto e su cui sto riflettendo da ieri: straniero.

Siamo abituati a formule politicamente corrette ed edulcoranti: extracomunitario, migrante, rifugiato…; eppure la parole più democratica è proprio “straniero”. Il problema non è spogliarla della sua connotazione negativa. Anzi. Il problema è mantenerne tutte le connotazioni, anche le più complesse. Per associazione libera, mi sono venute subito in mente tre cose, che riporterò senza un particolare filo logico o ordine sensato.

1 – Lo straniero di Camus, e quanto l’essere “straniero” del protagonista abbia poco a che fare con la sua nazionalità. Nulla da aggiungere su questo, lo lascio come suggestione aperta.

2 – Dioniso, il “Dio straniero”, che ha come tratto specifico quello di arrivare da fuori e di apparire per “epifania”. Nessun posto è “casa sua”.

Dioniso non è mai invitato, previsto, e quando arriva la reazione è di sconcerto. Non è solo “straniero”, è anche “strano” (o “estraneo”). Abbastanza strano da essere straniero ma anche abbastanza simile da essere greco. Sempre xènos, mai bàrbaros. (altro…)

Napalm girl

3 Luglio 2019Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

La foto di Kim Phúc, che all’epoca aveva 9 anni, è stata scattata l’8 giugno del ’72 da Huỳnh Công “Nick” Ùt, fotografo di AP. La zona è una quarantina a nord di Saigon, in territorio “amico”. Il suo villaggio viene bombardato per sbaglio. Ut la vede correre nuda, mentre urla “Brucia! Brucia!”. Le cadono pezzi di pelle.

Ùt è un fotografo esperto e sa già che si tratta di napalm: senza aiuto non ha speranze. La nonna di Kim Phúc ha tra le braccia un altro bambino che muore davanti ai loro occhi. Ùt smette di scattare, le versa addosso tutta l’acqua che ha e la carica sul furgone per portarla in ospedale. Resta con lei tutto il tempo. Le sue condizioni sono così gravi che deve insistere per farla curare, ma ci riesce. La fa poi trasferire in un ospedale americano. Kim Phúc sopravviverà.

Sviluppato il rullino, ecco un problema: la bambina è nuda. Horst Faas (che difese anche “Saigon execution” di E. Adams) si impone e decide di violare gli standard di AP sul nudo. “Abbiamo un Pulitzer”, mormora mentre guarda il negativo. Nixon rilascia una dichiarazione in cui suggerisce che la foto possa essere un falso.

Il fratello di Nick, anche lui fotografo per AP e morto in Vietnam nel 1965, gli disse una volta “spero che un giorno le fotografie che scatto possano fermare la guerra”. Questa foto non ferma da sola la guerra, me è uno dei colpi di grazia all’azione militare USA in Vietnam. Nel 1973 Ùt vince il Pulitzer e la guerra finisce.

Questa foto abbatte molti miti e continua a farlo tuttora. Innanzitutto, la “neutralità” del fotografo: la testimonianza non implica la rinuncia all’umanità. Mette in evidenza l’insufficienza della regola astratta rispetto alla potenza comunicativa di un’immagine. Facebook ha censurato l’immagine nel 2016, dovendo poi fare una clamorosa marcia indietro.

Infine viene da chiedersi oggi, usando le parole che Don McCullin ha usato per un suo libro: “Is Anyone Taking Any Notice?”

Importa a qualcuno?


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Quando l’io diventa sovrano

29 Giugno 2019Articoli, 🇮🇹 Italiano

Il dibattito intorno ad alcuni temi si è fatto recentemente molto acceso. Le posizioni tradizionali — Dio e Cesare, diritti e doveri, conservatori e progressisti — si trovano sempre più polarizzate l’una contro l’altra. Il conflitto si radicalizza e soffoca gli spazi di dialogo. Che i conflitti possano estremizzarsi non deve certo sorprendere; leggendo la contemporaneità secondo le categorie consuete rischiamo però di trascurare alcuni elementi nuovi.

Da un lato sono venute meno le grandi impalcature ideologiche che davano una forma coesa, orientata, condivisa anche al disagio sociale e al dissenso. Dall’altro, l’influenza dei nuovi media ha dato al singolo individuo uno straordinario (ma totalmente deresponsabilizzato) strumento di amplificazione della propria voce. Oggi si può interloquire (o, meglio, sentire di star interloquendo) direttamente con alti funzionari, celebrità, personalità di ogni genere. Ogni tweet, ogni status, ogni post, in virtù di una possibile viralità, assurge alla dimensione fantastica di un annuncio Urbi et Orbi.

In questo panorama sembra emergere una sorta di insurrezione in tre grandi aree: l’area della politica, ovvero il mondo del fare; l’area della scienza, ovvero il mondo del sapere; l’area della religione, ovvero il mondo del credere. Le popolazioni di queste tre aree di dissenso — non è un caso — presentano larghe sovrapposizioni.

I punti di riferimento di una volta (il rappresentante delle istituzioni, lo scienziato, lo stesso Pontefice) vengono aggrediti con sorprendente virulenza; non già per ciò che sostengono, bensì per ciò che rappresentano: l’esistenza stessa di un’autorevolezza, di un’istanza altra che pone limiti all’espansione sempre più autoreferenziale di un “io” individuale. La cifra inquietante di questo conflitto non è quindi la sua intensità né ha a che fare con le posizioni sostenute. La dialettica non è più fra due collettività: è piuttosto fra l’individuale e il collettivo. (altro…)

Scienza e religione

19 Giugno 2019Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

La fede attiene al campo del senso, non della conoscenza delle cause e degli effetti. La conoscenza di fede, se è di fede, non è scientifica – e viceversa. Il meccanismo del credere è solo apparentemente logico-razionale: noi non crediamo a ciò che riteniamo logico, ma a ciò che ci sembra vero (da un punto di vista sensopercettivo) o giusto (da un punto di vista conflittuale). Esempio: il delirio paranoicale è assolutamente logico, verosimile, credibile, formalmente corretto – ma è falso.

La fiducia nella scienza richiede uno sforzo ulteriore rispetto a questo limite. Se la logica fosse veramente la stessa per tutti, tutti saremmo sempre d’accordo su tutto. È facile piegare l’interpretazione delle evidenze per far quadrare una teoria che “ci piace”. Sono il dibattito scientifico, la verifica e l’esposizione alla critica che garantiscono, non la presupposta logicità del procedimento.

Chi cerca di dimostrare la non ragionevolezza della fede (vedi Odifreddi) spesso lo fa con argomentazioni logiche terribilmente fallaci. Innanzitutto perché non comprendono il campo al quale vogliono applicarsi. Per esempio che la fede è irragionevole. Altrettanto vano è il tentativo di dimostrare logicamente la validità della religione, della fede o l’esistenza di Dio (non funzionava per Sant’Anselmo, non funziona nemmeno oggi).

Quanto alla mia esperienza (di persona che lavora proprio con le capacità associative dei pazienti) posso garantire che le capacità associative di credenti e non sono del tutto sovrapponibili: gli stupidi restano stupidi, gli intelligenti intelligenti. Questo non determina la superiorità intellettuale o antropologica di nessuno, né ateo né credente. Sono due atteggiamenti diversi e il problema sorge quando si mescolano in modo improprio: ovvero quando gli scienziati aderiscono fideisticamente a un’idea o quando i credenti vivono una fede intellettuale (entrambe le cose capitano spessissimo).


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La persona più della malattia

7 Giugno 2019Articoli, 🇮🇹 Italiano

C’è un problema diffuso di interpretazione del disagio mentale e, a seguire, anche del senso del trattamento psichiatrico o psicoterapeutico. In nessun campo della medicina il concetto — già di per sé ambiguo — di salute è sfuggente come lo è in psichiatria. Forse è per questo che si sente la necessità di una demarcazione forte, come se l’idea stessa del disagio psichico possa in qualche modo contagiarci. Ciò che più ci protegge dalla «stranezza» dell’altro è sapere che in realtà, sotto sotto, non è veramente come noi. Possiamo così avvicinarci — anche moltissimo — ma è come se si rimanesse dall’altra parte di un vetro. Un po’ come allo zoo. Se la demarcazione si fa incerta, le cose invece si complicano moltissimo.

In realtà, il discorso vale anche a parti invertite, almeno per la sfera nevrotica. Chi non sta bene cerca spesso l’etichetta che lo definisca, che gli dia una patente di malattia, lo giustifichi rispetto alle proprie inadeguatezze e lo rassicuri sulla disponibilità direi «algoritmica» di una procedura terapeutica. Si mette, per dire, in una gabbia comoda (e ci sarebbe molto da riflettere su una società in cui bisogna sentirsi matti per sentirsi giustificati).

Rimanere invece in quella zona grigia, indefinita, in cui non conta tanto la malattia quanto la persona (le sue scelte, la sua libertà, il suo destino, la sua felicità), è terribilmente faticoso sia per chi sta al di qua sia per chi sta al di là di questa demarcazione artificiale.

E qui si manifesta il primo fraintendimento: per quanto la terapia possa prevedere colloqui, pillole, ricoveri e trattamenti più o meno coatti e per quanto l’indice della sua evoluzione sia rappresentato dai suoi sintomi, lo scopo reale dello psichiatra non è, come può sembrare, quello di curare la malattia. (altro…)

2+2=5: Fede, fiducia, affidamento

4 Marzo 2019🇮🇹 Italiano

“Un padre, volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: ‘Salta, che ti prendo’. Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: ‘Salta, che ti prendo’. Il bambino ha paura ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: ‘Salta, che ti prendo’, e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente. A un certo punto il bambino è su un gradino molto in alto, ma salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo e disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: ‘Così impari: mai fidarti di un ebreo, neanche se è tuo padre’.”

Hillman approfitta del tradizionale gusto ebraico del paradosso per aprire il breve saggio intitolato Il tradimento. Questa storiella ci precipita subito al centro del problema: non esiste fiducia se non esiste allo stesso tempo la possibilità del tradimento. Adamo nel giardino dell’Eden non ha bisogno di fidarsi: Adamo sa, forte di quella “‘fiducia originale’ o ‘fede animale’, credenza basilare che la terra sotto i piedi è solida e reggerà anche il nostro prossimo passo, che il sole sorgerà anche domani e il cielo non ci crollerà sulla testa.” Il patto con Dio è inossidabile, ma è contenuto in una dimensione eterna e astorica; per dare inizio alla vita occorre, appunto, un tradimento – il primo, peraltro, di una lunga serie (sempre con Hillman: “Dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, la Bibbia registra una storia infinita di tradimenti di ogni genere: Caino e Abele, Giacobbe e Esaù, Labano, Giuseppe venduto dai fratelli e il loro padre ingannato, le promesse non mantenute del Faraone, l’adorazione del vitello dietro le spalle di Mosè, Saul, Sansone, Giobbe, le ire di Dio e la distruzione quasi totale del Creato, e via elencando, per culminare con il mito centrale della nostra cultura: il tradimento di Gesù”).

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