Solo un corto, per la spiegazione visitare la rispettiva pagina su Vimeo o tornare al relativo thread su Twitter.
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Di questa pandemia, mi preoccupa poco l’orda di stupidi che pensa che il COVID sia un complotto dei marziani per controllare l’economia col 5G. Sono più allarmato dall’atteggiamento degli “intellettuali”.
Con “intellettuale” intendo quelle persone che, dotate di competenze e – si spera – di sufficienti strumenti intellettivi, dovrebbero spiegare e possibilmente aiutare a governare certi processi storici. Istituzionalmente o, nel loro piccolo, come cittadini. Gli scambi più frustranti – quasi angoscianti – li ho avuti con questi ultimi. La cosa non mi lascia affatto tranquillo. Non mi piace quello che vedo:
Non mi sorprende a questo punto la risposta molto deludente dell’apparato, della tecnostruttura, dell’accademia, degli organismi internazionali – tutte istanze da cui mi aspettavo qualcosa di più rispetto alla politica.
Il mondo “intellettuale” non sta dando, insomma, un grande esempio. Inutile discutere su cosa pensiamo, se non siamo più capaci di pensare.
P. S. – Forse un esamino obbligatorio di filosofia della scienza nelle facoltà scientifiche sarebbe opportuno
La quarantena ci ha esposto a un’esperienza inusuale, difficile da definire, in cui i concetti di normalità e di anormalità si confondono improvvisamente. Degli ultimi due mesi ciascuno ha probabilmente un ricordo diverso: per alcuni — lavoratori “essenziali” — sono state giornate intense e stressanti; per altri, di malattia o di lutto; la maggior parte del Paese ha vissuto però in una condizione di sospensione, di attesa, per certi versi di reclusione, dai tratti surreali.
Mentre strade e piazze riprendono ad animarsi per l’auspicata “ripartenza”, può rivelarsi salutare rielaborare l’esperienza di questa forzata e necessaria reclusione domestica da tutti accettata nella speranza di mettersi al riparo da una tempesta invisibile la cui forza era rappresentata solo da grafici, elenchi, bollettini: comunicazioni fredde di un pericolo — per chi non l’abbia affrontato in prima persona — astratto e impalpabile.
Il “dentro casa”, spazio tradizionalmente destinato al riposo e alla famiglia, si è trasformato in luogo totale, esclusivo, scompaginando i nostri equilibri con l’esterno ma soprattutto con l’interno. Molti di noi, soprattutto i più “estroversi” (giacché per gli “introversi” la quarantena è stata una condizione quasi di grazia), si sono trovati inaspettatamente a confronto con una dimensione immobile, bloccata, con un panorama che da amichevole diventa inaspettatamente ostile.
Questa condizione è definibile solo “per sottrazione”, in virtù di ciò che manca, della libertà persa, della disponibilità perduta. Esaurito il brivido del telelavoro in pantaloni corti o di spericolati esercizi di panificazione casalinga, si fa via via largo la noia. E se già non fosse abbastanza fastidioso questo sentimento, occorre anche subire consigli (e rimproveri) sulla mancata capacità di stare con se stessi, di approfittare per migliorare la propria cultura, di trovarsi degli hobbies. In buona sostanza di fare qualcosa e non rompere troppo le scatole. (altro…)
In fin dei conti, se non fossi stato arrestato dalla polizia turca sarei stato arrestato dalla polizia greca. Non avevo scelta: potevo fare solo come mi diceva lui, Harper. È successo tutto per colpa sua.
Tokapi di Eric Ambler si apre con una giustificazione: nulla di ciò che leggeremo nelle pagine seguenti è stato voluto o deciso dal protagonista. Arthur Simpson è in balia degli eventi, della sfortuna, dei capricci di alcuni e degli abusi di altri – ed è, di conseguenza, innocente. Eppure il romanzo lo porta ad attraversare confini militarizzati, contrabbandare armi, mentire alla giustizia di (almeno) due paesi e partecipare in combutta con una gang internazionale a un furto clamoroso. È in maldestro equilibrio su una fune che oscilla pericolosamente, circondato da opzioni terribili e scelte tutte sbagliate.
Arthur vive suo malgrado un’avventura: un’avventura da cui vuole uscire prima possibile – ma pur sempre un’avventura. E ne uscirà, come si intuisce dalle prime righe del romanzo, in un modo assolutamente stupefacente: tale e quale a come era prima.
Letteratura e cinema attingono a schemi ricorrenti il più comune dei quali è un certo “arco” della storia: un inizio (e un personaggio), un problema (e uno sviluppo), un finale (e un cambiamento). Senza questo movimento la lettura o la visione ci lasciano freddi o si limitano a mero intrattenimento. Lo schema è talmente radicato che i pochissimi personaggi che vi sfuggono ci lasciano, spesso, interdetti. Perché dovremmo affezionarci a protagonisti che “non” cambiano? Cui, alla fine, “non succede” niente, nonostante siano loro “capitate” tante cose? Non sono forse essi dei “mediocri” nel peggior senso del termine, cioè persone poco interessanti?
Eppure sono proprio i mediocri che un magistrale F. Murray Abraham-Salieri celebra nella sua “antibenedizione” al termine di Amadeus (Milos Forman, 1984):
(altro…)Il 1 maggio 1994 muore Ayrton Senna. Angelo Orsi è il fotografo di Autosprint presente in quel punto del tracciato. Accorre, scatta a ripetizione, automaticamente: foto dei rottami, dei soccorsi, dell’amico ferito.
Fra gli scatti ce n’è anche uno – che sarà l’unica foto al mondo del genere – che mostra i veri segni del colpo.
I rullini arrivano in redazione, vengono sviluppati subito, le immagini stanno per andare in stampa.
Orsi chiama per far togliere quella foto dal mucchio.
La foto viene trovata e portata a Carlo Cavicchi, il direttore, che la mette in cassaforte.
Orsi arriva in redazione e, insieme, la distruggono.
Grazie a Orsi e Cavicchi posso continuare a ricordare Senna così.

Una foto che gira “tagliata” maliziosamente ad arte mi ha fatto tornare in mente un vecchio intervento che feci sul tema della “cornice”. Per tirar fuori qualcosa di utile da questa meschinità, riprendo qualche spunto. La fotografia è un medium strano: tutto ciò che è al di fuori del frame è importante tanto quanto ciò che è dentro, anche se spesso non ci si fa caso.

Mentre un pittore, creando una scena, “decide” cosa esiste e cosa no nell’immagine, il fotografo “esclude” una fetta di mondo dall’inquadratura: una fetta di mondo che esiste e che viene separata dal soggetto solo, artificialmente, dallo scatto. (altro…)
Volevo scrivere un furibondo rant su un fastidioso scambio avuto alcuni giorni fa, ma ne stava uscendo un saggio di filosofia della medicina. Allora racconto solo un fattarello. Molti anni fa, mi facevo i fatti miei in stanza medici; arrivano due giovani specializzandi con un pacco di cartelle e iniziano a sfogliare. Devono scrivere le diagnosi.
–Depresso da due settimane?
–Sì
–Insonnia o ipersonnia?
–No
–A quanti siamo?
–3
–Vabbè, dai, dorme poco: 4
E fu così che gira e rigira i criteri per il disturbo x vennero soddisfatti (perché il paziente, sennò, non entrava in nessuna casella). Il punto che mi preme è che i “dati” non sono un fenomeno naturale che ci cade fra le braccia: vanno raccolti, puliti, interpretati. A volte vanno anche cercati sulla base di una ipotesi o di un’intuizione. E, sempre, rappresentano una descrizione aggregata (e quindi verosimile ma sempre falsa) delle mille singolarità che descrivono.
Tutto quello che è prima dei dati, che è dopo (l’uso, le interpretazioni, le strategie) e a volte anche durante (riguardo tutti i bias e i pregiudizi) è molto, molto umano e incerto. Non c’è nulla di male in questo, salvo quando ce lo dimentichiamo. Perché a quel punto si innescano degli automatismi cui obbediamo ciecamente ma che NON sono fatti per risolvere problemi mal posti. Quindi sbagliano.
La medicina usa i dati, ma non è fatta dai dati.
Incontro sul canale di Michele Boldrin, diretto da Marco Ardemagni con Michele Boldrin, Gerardo Favaretto, Alberto Monachesi, Michele Casadei Massari.
Nel 1995 usciva al cinema “Hello Denise” (“Denise calls up”), un film passato troppo inosservato sull’impatto che hanno avuto i cellulari sulla vita quotidiana americana. I protagonisti si chiamano l’un l’altro programmando incontri che – per imprevisti, rinunce all’ultimo momento, contrattempi – finiscono per essere sempre rinviati.
La reperibilità telefonica “permanente” anziché facilitare la relazione sembra quindi renderla più difficile: tutti siamo “a portata di mano” e questo non solo ci basta ma è quasi preferibile alle incognite e alle frizioni dell’incontro.
Attraverso una chiave ironica e una scrittura vivace, il film descrive un passaggio epocale che sarà vissuto nuovamente dalla generazione successiva con l’arrivo dei social. Ma più che facilitata/ostacolata, sarebbe corretto dire che la relazione si trasforma coi tempi e con le tecnologie a disposizione.
(altro…)Ci sono due pagine di Basaglia che mi tornano in mente spesso in questi giorni. Sembra che non c’entrino nulla, ma solo perché non è immediatamente ovvio quello che dicono. Allego e spiego:
Vorrei che mi dicesse cosa vuol dire “tecnica brasiliana”
Non lo so cosa vuol dire “tecnica brasiliana”. È lei che dovrebbe cercare di scoprirla, lavorando e studiando giorno per giorno. Lei non è soddisfatta, e questo va bene perché lei attraverso il suo lavoro può trovare un significato per la sua vita, un’appartenenza al suo paese. Lei ha studiato e probabilmente ha vissuto la sua identificazione nella professione in maniera astorica. Non so se lei sia psicologa, assistente sociale o psichiatra. Comunque, nel periodo degli studi lei ha incorporato elementi “neutri”, per così dire, mentre invece tutti questi elementi, tutti questi saperi, fanno parte di una storia. Lei deve incontrare questi elementi giorno per giorno nel suo lavoro. Mi permetto di parlarle così perché ieri, nel centro di salute, mentre discutevamo, io avevo la sensazione che lì stesse succedendo qualcosa che io non riuscivo a cogliere, e mi sentivo sfiduciato perché non riuscivo a capire la realtà che avevo di fronte. Poi l’ho capita, ma solo quando sono entrato nella storia della creazione di quel centro.
Nel ’79 Basaglia viene invitato in Brasile per un ciclo di incontri (registrati nelle Conferenze brasiliane, che è – a questo punto – il mio consiglio di lettura di oggi). Le poche righe evidenziate valgono da sole tutto il libro. I brasiliani chiedono come si possa “importare” il modello italiano e Basaglia distrugge subito le loro aspettative: non si può.
Anche se permeato dall’esperienza politica di quegli anni, rimane come un zoccolo duro lo spirito del fenomenologo. A livello sociale, come a quello individuale, le soluzioni non sono mai teoriche: devono integrarsi e “comprendere” la realtà in cui operano. In psichiatria non esistono “a priori”, la soggettività del paziente è “irriducibile” a schemi predeterminati.
Perché mi viene in mente adesso? Perché stiamo passando tutti un momento di grande confusione e vedo molte proposte su come affrontarlo. Sono tutte valide (e anzi grazie a chi le propone) – e allo stesso tempo nessuna. Alla fine sta a noi capire cosa può funzionare per noi e come, riconoscendo le nostre specifiche esigenze, accettando le nostre inquietudini come naturali, anche la nostra fatica, e – possibilmente – attivando il nostro spirito creativo.
Questo non vuol dire che sia facile, anzi, tutt’altro. Però è anche l’atteggiamento che ci aiuta a trasformare la crisi in opportunità. When life gives you lemons…