5 – La temporalità

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Capitolo 4

Il Tempo come prima chiave di lettura

Si delineano a questo punto alcuni elementi particolarmente significativi:

  • un quadro sintomatologico eterogeneo gravato da apparente comorbidità nell’ambito nevrotico, ma caratterizzato da stringenti analogie sul piano diacronico e psicopatologico;
  • un’evoluzione che riconosce un prima (apparentemente “normale”), un sintomo-chiave (a segnare una cesura), un dopo (che corrisponde ad una angosciosa fase di stato);
  • una struttura di personalità caratterizzata da elementi quali “neutralità”, difficoltà ad assumere un ruolo responsabile, “concretismo”, identità labile, relazioni disturbate, nonché un vissuto temporale caratterizzabile come “tempo fermo”.

Ognuno dei punti suddetti ha a che fare con la temporalità, che si pone dunque come chiave di lettura privilegiata.

Temporalità come “prima” e “dopo”

Nella dialettica fra “prima”, “dopo” e sintomo-chiave, la forma che assume quest’ultimo, il suo contenuto manifesto, la sua intensità, hanno valore relativo, giacché il suo senso è precipuamente nell’essere lì in mezzo. L’emersione della sintomatologia non è dunque altro che effetto di un improvviso scollamento fra le due esperienze, quella del “prima” e quella del “dopo”.

(altro…)

4 – La personalità “vetero-adolescenziale” di Castellana

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Capitolo 3

Descrizione della struttura “vetero-adolescenziale”

Prima di procedere, è necessario segnalare che il quadro che ho iniziato a tratteggiare trova larga risonanza con quanto già descritto da Castellana in ambito psicologico analitico, ovvero con il

consolidamento di una struttura di personalità che voglio definire, in mancanza di altri referenti, vetero-adolescenziale.1

Riporto dunque di seguito le caratteristiche di questo quadro così calzante ai nostri propositi così come espresse dall’autore2, rimandando ogni mia ulteriore interpretazione alle pagine successive.

(altro…)

3 – Fenomenologia clinica

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Capitolo 2

Sintomatologia d’esordio

Come detto, la fenomenica clinica dei pazienti si presenta sulle prime piuttosto eterogenea: l’esordio è usualmente fobico-ansioso, ma può essere indifferentemente ossessivo o depressivo.

Esordio fobico-ansioso.

In questo caso – il più comune – il paziente riferisce già al primo colloquio di aver avuto uno o più “attacchi di panico”; in tale denominazione, di cui sembra avere un’idea precisa, vien fatta rientrare una gamma di sintomi ansiosi gravi che comprendono l’attacco di panico propriamente detto, l’ansia acuta, vari fenomeni d’angoscia isteriformi. La componente propriamente fobica, se presente, è di tipo agorafobico (non è mai una fobia d’oggetto, anche se possono essere marginalmente presenti piccole fobie specifiche) e genera imponenti condotte di evitamento, soprattutto nella forma di una dipendenza protettiva da figure di riferimento.

Esordio ossessivo.

In una percentuale minore di casi, l’esordio ha caratteri recisamente ossessivi, nei quali l’aspetto ossessivo predomina nettamente su quello compulsivo (che anzi può addirittura mancare); il paziente è bloccato dall’angoscia e da una potentissima ideazione di contrasto. Anche in questo caso si sviluppa una forma di dipendenza dalle figure di riferimento, più grave ancora della situazione precedente per l’incapacità di portare a termine le normali attività della vita quotidiana.

Esordio depressivo.

Altra possibilità è lo sviluppo velocemente ingravescente di una depressione insidiosa, sostanzialmente priva di elementi psicotici, caratterizzata da progressivo “raffreddamento” degli investimenti libidici, autosvalutazione, crisi di pianto, alterazioni vegetative (sonno, alimentazione etc.). Il paziente giunge all’osservazione medica quando ritenga di essere divenuto incompetente nelle proprie minime funzioni quotidiane.

(altro…)

2 – Oggetto, strumento, contesto

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Capitolo 1

L’osservazione clinica

Lo spunto della ricerca prende le mosse da una serie di osservazioni cliniche condotte sulla popolazione ambulatoriale del S. S. di Igiene Mentale, nel Dipartimento di Neurologia e Psichiatria dell’Età Evolutiva dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. L’utenza afferente al suddetto Servizio Speciale non rappresenta un campione statisticamente accettabile della popolazione generale né di quella usualmente afferente ai servizi territoriali per via di alcune caratteristiche intrinseche delle strutture universitarie. L’extraterritorialità e l’assenza di personale non medico fra gli operatori, ad esempio, implicano necessariamente un ricorso volontario del paziente alla struttura, operando già una prima selezione; in secondo luogo, i risultati di una ricerca interna condotta nel 2000 hanno evidenziato modalità di afferenza molto eterogenee, che sembrano generare due sotto-popolazioni distinte: una è al primo contatto, la seconda proviene invece da una lunga peregrinazione e da ripetuti insuccessi terapeutici. In sintesi, è possibile distinguere due gruppi significativi di utenti (pazienti naïf e casi particolarmente complessi), che si dispongono lungo una curva bifasica.

(altro…)

1 – Presupposti epistemologici e ambiti di ricerca

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

← Indice

Con questo post inizia una serie di estratti da
“Sintomatologia ‘vetero-adolescenziale’ e sviluppo della persona”,
disponibile per intero in PDF.

Il 6.575° giorno

6.574 giorni: è il periodo massimo durante il quale un individuo può di diritto ricevere le cure della neuropsichiatria infantile. Al compimento del 6.575° giorno di età, egli viene trasferito – sarebbe forse meglio dire trapiantato – nelle mani dei servizi di psichiatria adulti. Nel passaggio da un ambito all’altro cambiano i terapeuti, gli operatori, le strutture territoriali, i centri di assistenza. Cambiano le procedure e le linee guida psicofarmacologiche. Cambia in modo determinante il rapporto fra operatori e familiari e cambiano le denominazioni, con la scomparsa di termini quali “evolutivo”, “sviluppo” o “adolescenza” da qualsivoglia determinazione. Quel seimilacinquecentosettantacinquesimo giorno segna il confine tra due mondi, due mondi che il più delle volte non comunicano.

La progressiva specializzazione delle discipline porta talvolta con sé alcune aberrazioni; ad uno spaccamento verticale fra scienze psichiatriche e neurologiche ha corrisposto un’analoga frattura orizzontale fra età adulta e dello sviluppo. Ciò che nell’adulto è separato, rimane insieme nel bambino; ciò che appartiene al bambino e all’adolescente è dal canto suo sostanzialmente altro rispetto alla vita adulta, per la quale ogni evoluzione è accidens. Non si tratta solo di differenze nei processi operativi e nella prassi medica (differenze oggettive ed imprescindibili, pensiamo solo alle implicazioni legali diverse fra maggiore e minore età), bensì di veri e propri diversi paradigmi, di differenti percorsi formativi, di atteggiamenti fra loro incommensurabili. Nella formazione, all’interno delle scuole di neuropsichiatria infantile la psichiatria adulti è piuttosto trascurata e, cosa ancor più grave, la neuroinfantile è pericolosamente sacrificata in quelle di psichiatria; l’approfondimento nell’una o nell’altra disciplina, i cui confini diventano quasi quelli di un τέμενος, è lasciata per lo più all’iniziativa del singolo.

(altro…)

Il delirio tra Mito e Logos

1 Novembre 2001Pubblicazioni, 🇮🇹 Italiano

“Il delirio si comunica in giudizi. Solo là dove si opera con il  pensiero e si esprime un giudizio può insorgere un delirio. In tal senso si chiamano idee deliranti i giudizi patologicamente falsati. Il contenuto di tali giudizi può essere presente anche in modo rudimentale, ma non per questo meno efficace, quale pura coscienzialità; si è soliti allora parlare di «sensazione» il che tuttavia è un sapere oscuro.”

(K. Jaspers, Psicopatologia Generale, pag. 103) [1]

Già in queste prime righe, Jaspers lascia emergere il carattere contraddittorio ed inafferrabile del delirio nel suo misterioso declinarsi fra pensiero e “sensazione”. Affermando poco oltre con certezza che “quando il malato… ci comunica i contenuti delle sue idee deliranti, ci troviamo sempre di fronte ad un prodotto secondario” e che pertanto “è una comune formulazione di giudizio quella che ci si presenta e che si distingue da un altro giudizio normale forse solo per il suo contenuto” [2], egli sancisce in fondo che tutto ciò che vediamo del delirio non è primario, e tutto ciò che invece è primario sembra non apparirci mai.

La Wahnerleben resta la sede, l’origine ed infine anche la scena vera del delirio, e risulta confinata all’interno delle insuperabili pareti del mistero dell’Altro. Di fronte alle echte Wahnideen si consuma la resa del verstehen fenomenologico, incapace di sciogliere questa irriducibile opposizione e costretto quindi a risolversi nella sola descrizione. Ci resta però il richiamo indiretto di “qualcosa d’altro” che si consuma al di là di codeste pareti e che non è possibile ridurre al clamoroso malfunzionamento di una operazione psichica, qual è il giudizio di realtà.

Affermando che “la critica non viene distrutta”, ma “si pone al servizio del delirio” [3], Jaspers sottolinea nuovamente come il nucleo dell’esperienza delirante non sia in, ma piuttosto si esprima attraverso l’errore di critica.

Scrive A. Gaston:

Incontrato in questa dimensione, il delirio non può esaurirsi nella semplice definizione di errore incorreggibile del giudizio o di falsificazione personalistica e acritica della realtà, espressione immediata del malfunzionamento di una struttura, ma si pone come una diversa e peculiare possibilità di relazione Io-Mondo. [4]

In questa luce, il delirio si rivela due volte epifanico: lo è per il malato, cui offre una realtà nella quale egli – per oscure ragioni – si muove meglio che in quella condivisa; ma lo è anche per il medico, cui manifesta la possibilità di un rapporto Io-Mondo altro rispetto a quello che gli è familiare e che considera l’unico possibile. Si apre una diversa relazione fra idios e koinòs che sospinge il de-lirante lontano dal solco comune delle interpretazioni condivise per promettergli un mondo in fin dei conti più autentico: è del resto il suo un allontanarsi dal comune “si-dice”, dalla realtà quale la si-ritiene e con la quale il medico pigro – che si limita a dare un giudizio sul contenuto del suo delirio –  lo confronta per porre diagnosi.

Leggi tutto

La depressione in alcune personalità anancastiche: la frattura del “Mondo-a-una-dimensione”

1 Ottobre 2001Pubblicazioni, 🇮🇹 Italiano

G. ha venticinque anni, sta per laurearsi, ha sempre avuto un ottimo rendimento scolastico, non ha mai dato dispiaceri ai genitori; ha avuto una sola relazione affettiva importante, durata diversi anni. V. ne ha trentanove, ha una storia familiare tormentata, ma è riuscito in qualche modo a costruirsi una vita e ad impegnarsi con efficienza nel lavoro fino a raggiungere un posto di responsabilità. F. ha quarantotto anni, la famiglia d’origine segnata da numerosi lutti, è felicemente sposata ed ha un figlio. È considerata da tutti solare ed energica.

G., V. ed F., improvvisamente, si deprimono.

Tre persone, tre storie, tre biografie disomogenee per età, esperienze e circostanze si incontrano nella disavventura della depressione, una depressione che assume i caratteri dell’inaspettato, dell’imprevedibile, del profondamente dissonante rispetto alla personalità che l’ha preceduta. Anche l’anamnesi più superficiale – che anzi in casi di questo genere si dimostra estremamente semplice da approfondire – non tarderà a rivelarci fattori favorenti o scatenanti per offrirci un’agevole diagnosi.

Ma, ad un esame accurato, si cominciano a cogliere delle ricorrenze, delle affinità che trascendono la bruta analogia del sintomo e ci dischiudono una soglia oltre la quale queste diverse biografie si trasfigurano in tre simili esistenze.

Se il primo di questi caratteri comuni – la modalità “inattesa” dell’esordio – è stato già descritto, subito se ne manifesta un secondo: quello che questi pazienti vivono non è semplicemente uno svuotamento di senso, quanto piuttosto uno spaesamento, una perplessità proprio rispetto alla perdita del senso. La depressione, puro accidens, aliena cesura lungo una vita altrimenti armoniosa e sana – pur cessati gli effetti dell’evento scatenante – incomprensibilmente non abbandona più l’essere – mortificato – della persona.

La pienezza della vita di prima, il suo “bastare a se stessa”, non sono semplicemente scomparsi: sono piuttosto divenuti ombre, simulacri, risibili e grotteschi nel ricordo.

Il paziente è sorpreso dalla propria incapacità di recupero: gli resta un non-essere, un non-senso, un “non” che in quanto tale non si lascia cogliere e quindi combattere. E con l’ineffabilità del proprio nemico, egli per la prima volta esperisce la sensazione di essere disarmato; non vive quindi solo un momentaneo stato di incapacità, ma si trova di fronte il segno della possibilità della caduta, la scoperta che esista qualcosa contro cui non ha strumenti di difesa.

In sostanza, il paziente si trova privato di una delle sue primarie necessità: il controllo. In base all’esercizio del controllo – controllo delle circostanze pratiche, della propria emotività, delle relazioni – egli ha sempre organizzato la propria vita, giungendo a sovrapporre il mantenimento dell’omeostasi perfino con il proprio metro etico: è buono ciò che non compromette la relazione, ciò che non turba l’emotività, ciò che non produce un abbandono. La strategia attraverso cui mantenere l’omeostasi viene appresa in fretta e si rivela ben funzionante, tanto da assumere la dignità di una vera e propria dimensione esistenziale, che promette di non fallire mai.

Stona quasi, in questi pazienti, la dissonanza fra un’intelligenza talora brillante ed una sensibilità per alcuni versi fuori dal comune, accompagnate da una introspezione molto parziale – cosa che immaginiamo essere il prodotto di questo lungo esercizio.

(altro…)