Complessità

27 Marzo 2022Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Due parole sulla tanto bistrattata (e abusata, di questi tempi) complessità.

“Tolleranza alla complessità” non significa sapere tante cose, essere molto intelligenti, aver studiato a lungo i dettagli di un sistema oscuro ai più.

Tollerare la complessità significa essere capaci di porsi di fronte a un’immagine che non siamo in grado di decifrare immediatamente e accettarne le ambiguità e le incertezze. Significa mantenere uno sguardo inquisitivo con la consapevolezza che il disegno finale potrebbe non apparire mai. Senza l’urgenza quindi di raggiungere una conclusione – una qualunque – pur di arrivare alla formulazione di un giudizio.

Insisto sempre sull’associazione fra tolleranza alla complessità ed esperienza estetica: nell’Arte, questa “evasione” del senso ultimo di un’opera è costitutiva. Un continuo rimando ad altro, che non possiamo veramente apprezzare se dobbiamo subito “chiudere” il cerchio.

La conoscenza che si cerca ed eventualmente si ottiene è più di tipo sintetico che analitico (in questo la differenza tra complesso e complicato).

Ma l’esperienza prima di chi si pone di fronte alla complessità non è “sapere”: al contrario, è proprio il “non sapere”.

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L’odio per la vittima

18 Marzo 2022Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Come mai di fronte a un abuso plateale, netto, privo di sfumature, c’è da parte di alcuni una corsa ai distinguo, se non un vero e proprio fiancheggiamento dell’aggressore? La risposta è piuttosto articolata per cui cercherò di schematizzare molto.

La condizione esistenziale della “vittima” è quella di non avere il potere di venire a patti. È una condizione psicologicamente angosciante ben oltre gli effetti concreti dell’abuso perché ci mette di fronte alla possibilità dell’impotenza.

L’impotenza non ci piace. Sono lontani i tempo dell’Anànche greca, la necessità frutto del capriccio degli dei cui non possiamo che sottometterci. L’uomo moderno ha asserito il proprio trionfo sulla Natura con la tecnica e sull’Altro con vari strumenti fra cui la retorica.

Il che ci rende potenti/responsabili degli eventi della Natura e dei rapporti con l’Altro: ma questo altro è sempre un Alius, un alieno, o un bàrbaros, al massimo uno Xènos, uno straniero – non ci è mai veramente simile, non è uno dei “nostri”.

E l’accento si sposta facilmente dalla responsabilità per posarsi esclusivamente sul potere. La responsabilità prevede anche dei doveri ed è molto più comodo lasciare ad altri queste incombenze. Altri saranno, quindi, i colpevoli. Anche quando diciamo “siamo tutti colpevoli” in realtà stiamo pensando agli altri: noi non ci mettiamo veramente nel mucchio (altrimenti diremmo: “io sono colpevole”).

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Storia di una foto: Peperone n. 30 di E. Weston

6 Febbraio 2022Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano
Edward Weston, “Pepper no. 30”

Nel 1930 Weston ha abbandonato da tempo il ritratto pittorialistico degli esordi ha lasciato moglie e figli, fatto viaggi, avuto amanti. Le amanti in particolare sono ben più che muse e modelle: Margarethe Mather, Tina Modotti (con cui vive a lungo in Messico), Charis Wilson (che poi sposerà), Sonya Noskowiak…

Ebbe un numero sbalorditivo di fidanzate, tutte belle e tutte più che felici di spogliarsi per lui. Fu uno di quegli uomini che, come si suol dire, vide più sederi di una tavoletta del water. L’espressione è particolarmente calzante visto che quanto meno dal punto di vista fotografico, vide anche un bel numero di gabinetti

—G. Dyer, “L’infinto istante”

Dopo aver esplorato negli anni ’20 forme, ombre, nudi e architetture, in Messico nel 1925 impiega una settimana per ottenere lo scatto perfetto proprio di un gabinetto.

Quando alla fine ottenne la stampa che desiderava, la portò a Diego Rivera che, secondo Weston, esclamò: “Non ho mai visto una foto tanto bella in vita mia”

Il suo scopo era ritrarre la toilette in un modo da rimuovere ogni connotazione di senso – umoristica, scatologica, oscena o altro ancora – per trasmettere una “risposta estetica assoluta alla forma”.

—T. Pitts, “Edward Weston”

La forma, il modo in cui la luce la definisce e la perfezione della tecnica che la cattura – che sia quella di un corpo nudo, di un oggetto comune o di un ortaggio – diventano tema portante della sua poetica.

Weston concepisce la sua opera in termini di piena adesione alla realtà, una realtà sfrondata di ogni possibile carattere narrativo in assenza di qualsiasi attributo che non sia riferibile alla forma stessa.

—W. Guadagnini, “Una storia della fotografia del XX e XXI secolo”

Sul Peperone n. 30 c’è anche un piccolo mistero. È riportato che Weston abbia scattato con un tempo di 6 minuti, ma il figlio, in un’intervista, racconta una storia più interessante (che è probabilmente quella vera). Lavorando col grande formato e a distanza ravvicinata c’è un problema di profondità di campo. Per mettere a fuoco l’intero peperone Weston crea un obiettivo con f/240, praticamente un pinhole. Il tempo di esposizione è di “4-6 ore”, in luce naturale. In tutto quel tempo, il sole si muove e la luce cambia, creando un sottile effetto di lightpainting.

Weston ha fotografato anche altri peperoni, e questi non sono stati i suoi unici furti dalla cucina. Ma il n. 30 rappresenta forse, nel suo perfetto equilibrio tra forma, luce, oggetto e contesto, l’apice della sua ricerca.

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Storia di una foto: Churchill ritratto da Y. Karsh

29 Gennaio 2022Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano
Yousuf Karsh, “Winston Churchill”

Nel 1941 Churchill visita Ottawa e Yousuf Karsh viene incaricato di scattare un ritratto. Però Churchill non è stato avvertito e quando il Primo Ministro canadese lo introduce al set non la prende con entusiasmo.

“Cos’è questa cosa? Cos’è?”, grugnisce contrariato. Nel gelo dello staff, Karsh si presenta spiegando che vorrebbe celebrare l’evento con un ritratto: Churchill si accende un sigaro e si arrende a “una sola” foto.

Il problema è che, nonostante un portacenere discretamente offerto per far sparire il sigaro, Churchill continua a masticarlo rumorosamente. Karsh controlla e ricontrolla inquadratura e luci, ma il sigaro rimane lì a dar noia. Karsh agisce d’impulso: si avvicina, chiede scusa in modo rispettoso ma decisamente fermo e strappa il sigaro dalla bocca di Churchill come si farebbe col cuccio di un bambino capriccioso.

Tornato alla macchina, scatta uno dei ritratti più famosi dello statista inglese – quello di un uomo determinato, minaccioso, pronto all’azione. O, più semplicemente, quello di un uomo cui è stato appena strappato il sigaro.

(La storia è raccontata dallo stesso fotografo).

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JAMA, cospirazionismo e demenza

12 Gennaio 2022Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Un articolo di JAMA del 2020 che offre analogie tra la propensione al cospirazionismo e la risposta neurofisiologica alla demenza ha generato reazioni piuttosto virulente (in chi, come al solito, probabilmente non ha letto l’articolo). Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

L’articolo ha dei punti interessanti e presenta alcune problematicità. Su entrambi i fronti, quello che ci serve è stato perfettamente sintetizzato dalla sempre eccellente Barbara Gallavotti (e potremmo già fermarci qui):

I sensi comunicano al cervello delle informazioni false… e le zone del cervello che ricevono queste informazioni le inviano alla parte incaricata del pensiero razionale la quale fa tutti gli sforzi per dare un senso quelle informazioni… Secondo Miller, analogamente, quando ci convinciamo di un’idea falsa… il nostro cervello riceve delle informazioni infondate e le comunica alla parte dedicata al pensiero razionale – e questa le confeziona in maniera che siano convincenti

Gallavotti dissente dall’associazione tra questa modalità di convincimento e la mancanza di cultura scientifica – e io con lei per motivi che dovrebbero essere chiari più avanti.

Fra le problematicità, l’articolo è troppo disinvolto nell’associare singoli meccanismi a un comportamento molto complesso e ad attribuire le cause a fattori così puntiformi. Ma solleva delle questioni sostanziali che cercherò di riprendere spostandomi sul mio versante e muovendomi quindi dal polo biologico-neurofisiologico verso quello psicologico-psicopatologico (per il quale tutto ciò non è particolarmente nuovo).

Con buona pace di Hegel, partiamo dall’assunto che il reale non è razionale. La realtà ci giunge attraverso i sensi in modo totalmente “con-fuso” ed è il nostro cervello a “costruire” un ordine che ci permetta di muoverci in essa in modo orientato e strategico. Questo vuol dire distinguere e isolare gli stimoli che hanno valore da quelli che non ne hanno.

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Piazza reale e piazza virtuale

15 Novembre 2021Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Le indagini sulle chat antivacciniste che istigavano a delinquere o addirittura a compiere gesti piuttosto aberranti, mi stanno facendo pensare a come lo spazio virtuale stia trasformando in modo rilevante il nostro rapporto con il reale.

Prima del Web 3.0, lo spazio del discorso era la piazza pubblica (semplifico): quella mediatica, ma in termini piuttosto unidirezionali (programma → spettatore) e quella reale, dai confini però ristretti (chiamiamole “le chiacchiere da bar”). L’accoppiata virtuale-social ha reso il “bar” un luogo molto popolato ma anche non “agito”. L’unico agito è il linguaggio, che per avere un impatto su un ascoltatore sempre più desensibilizzato deve alzare ogni volta l’asticella.

In questo spazio in cui esiste solo la parola senza conseguenza, senza responsabilità, ovviamente non solo i toni ma anche i programmi, le presunte intenzioni, gli epiteti, gli allarmi, si amplificano fino a quando incontrano un limite. E l’unico limite è il linguaggio stesso. Un limite abbastanza ampio.

La virulenza che si innesca in questi circuiti raramente corrisponde alla disposizione che i partecipanti avrebbero – per indole – nel mondo reale. Qui però si crea il primo corto circuito: si innesca una spirale di suggestione, di allarme, di adrenalina, che diventa capace di incidere anche nei comportamenti “reali”, con un aumento spropositato di aggressività e frustrazione.

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Ancora sugli “stressors”

30 Settembre 2021Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Vedo molto parlare di effetti psicologici di questo o di quello. Bene. Però le soluzioni sembrano orientate all’eliminazione delle fonti di “stress”. Allora ho fatto un disegnino (molto grossolano).

A seconda del sistema di riferimento personale, familiare, culturale, sociale etc., tecnicamente ogni evento (esterno o interno) può essere uno “stressor”. O non esserlo.

Se certi eventi lo sono quasi universalmente (es., un lutto), per altri conta la risonanza che diamo loro.

Per evitare effetti dannosi per la salute mentale, forse non occorre tanto l’eliminazione di ogni cosa che ci crei ansia, quanto un’educazione che ci consenta di discernere in maniera più congrua ciò che “ci fa male” e di affrontarlo in maniera meno ansiosa e più costruttiva (ne avevo parlato tempo fa qui).

“Ah, Cindy Sondheim, you should have lived in an earlier age. Things were simpler, less complicated. Do you know how many women had nervous breakdowns in the fourteenth century? Two.”

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La perdita della credibilità

21 Agosto 2021Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Voglio provare a rispondere a questo stimolo. Sarò ridicolmente approssimativo per questioni di spazio.

Fino a prova contraria, non possiamo credere che il genere umano si sia rincretinito biologicamente negli ultimi 50 anni. Dobbiamo quindi pensare che si tratti di una questione di cultura, di contesto e di dinamiche sociali.

1) Il più evidente cambiamento tra XX e XXI secolo è, IMHO, il crollo dei contenitori ideologici che hanno assorbito, irregimentato, a loro modo educato e organizzato molte forme di dialettica inclusi il dissenso e lo spaesamento. L’ideale del Partito (a prescindere dal colore politico) è stato a lungo semplice abbastanza da essere comprensibile a persone poco abituate a ragionare e altresì complesso abbastanza da garantire un’articolata struttura di pensiero e confronto intellettuale.

Il crollo delle ideologie ha reso orfani tanto i primi (il cui Io fragile si dilata oggi in naricisistiche e arroganti presunzioni di infallibilità basate sulla “chiacchiera” del Web, vedi sotto) quanto i secondi, i cosiddetti intellettuali, del resto mai particolarmente abbondanti in Italia, che per mantenere il gusto della propria superiorità non sanno far altro che sbuffare, additare l’errore, alzare gli occhi al cielo, senza degnarci mai di una pars construens.

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Covid e Igiene Mentale

12 Agosto 2021Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Parliamo di Covid e Salute Mentale (visto che se ne parla molto, ma se ne dice, in realtà, poco). Come sempre con le inevitabili approssimazioni di un thread su Twitter.

Mi riferisco qui alle implicazioni su larga scala: non quindi agli effetti diretti del Covid sul SNC ma solo a quelli indiretti dovuti alle situazioni quotidiane, sociali, psicologiche, antropologiche, mediatiche cui siamo tutti più o meno sottoposti.

È difficile avere numeri esatti (anche se qualcosa arriva), ma ci interessa poco la contabilità: la generale percezione è che la pandemia abbia aumentato il “bilancio netto”, per dirla brutalmente, di molte manifestazioni psicopatologiche (nota a margine: parlo di “bilancio netto” perché l’isolamento sociale, il telelavoro etc. hanno prodotto in un numero rilevante di persone una condizione di maggiore benessere, il che dovrebbe farci anche riflettere – ma è altro tema e non divago).

Annosa questione è la mancanza di risorse per la psichiatria territoriale: in termini economici, di personale, ma soprattutto di tipologia di risposta, essendo la psicoterapia gravemente sottorappresentata rispetto alle attuali necessità. Questo ragionamento, seppur corretto, lavora però su un piano di intervento terapeutico, mentre il termine forse un po’ desueto di “Igiene Mentale” prevede come non meno importanti gli aspetti di prevenzione (non solo secondaria e terziaria: anche primaria).

Prevenzione “primaria” vuol dire lavorare su un ambiente per eliminare i fattori di rischio prima che essi possano incidere sullo sviluppo di una malattia (molto sinteticamente: quella secondaria è la diagnosi precoce e quella terziaria è la riabilitazione).

Ora, mentre per le altre due si lavora su un individuo, per la prima si lavora su un ambiente e in assenza di una malattia. È un lavoro di previsione, un gioco di anticipo.

In medicina generale gli effetti sono misurabili (es: lotta al fumo → cancro al polmone). In psichiatria invece tutto è più fumoso, soprattutto quando dalla sfera francamente patologica ci spostiamo verso quella psicopatologia della vita quotidiana di stampo più nevrotico che riguarda molta più gente e che ha costi sociali elevati ma sommersi.

Il che ci porta a domandarci: come intervenire psichiatricamente, allora?

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Gesti simbolici

22 Giugno 2021Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Alle Olimpiadi del 1968 gli atleti Smith e Carlos (medaglie d’oro e di bronzo per i 200m) sollevano il pugno chiuso avvolto in un guanto nero. Sul terzo uomo, l’australiano Peter Norman, c’è molta confusione. L’apparente non-partecipazione di Norman alla protesta ha troppo spesso gettato su di lui una cattiva luce. Avrebbe dovuto alzare anche lui, bianco, il pugno? E non farlo lo rende automaticamente contrario al gesto?

Meno nota la storia dietro le quinte: mentre si avviano al podio, Smith e Carlos discutono su come si possa esprimere un gesto politico una volta arrivati lì. Solo Smith ha i guanti, Carlos li ha dimenticati. È Norman a suggerire di usare un guanto ciascuno. Chiede anche come loro preferiscano che lui partecipi alla protesta. Gli propongono di indossare il badge dell’Olympic Project for Human Rights (cosa che fa, come testimonia la foto).

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