Scienza e magia

7 Settembre 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Da alcuni commenti al thread di ieri ho la sensazione che si attribuisca alla scienza una funzione magica che non le compete affatto e che appare anzi piuttosto paradossale. Si chiede alla scienza di dare sicurezza.

Ovviamente l’atteggiamento scientifico contribuisce a costruire delle sicurezze, ma sembrano saltare tutti i processi intermedi (fatti di esplorazioni, ipotesi, confronti, errori etc.).

Lo stato di sospensione, di incertezza, genera un horror vacui. E si tende a riempire questo vuoto con l’aspettativa di una risposta automatica, certa, immediata e totalizzante a una propria ansia che giunga da un “dato” ultimo, semplice, discreto. Si delega a un immaginario algoritmo (chiuso in una black box di cui non ci interessa il contenuto) il compito di dire: “fai questa cosa e non ti succederà niente”.

Questa modalità, a dire il vero, ricorda anche certi bizantinismi burocratici.

In Verità in Verità vi dico, state a un metro gli uni dagli altri e sarete salvi.

A 95 centimetri c’è la Gehenna, a 101 l’Immunità Eterna.

La scienza ha il dovere di cercare la precisione in un mondo che rimane però molto imprevedibile. Quanto più resistiamo a questo semplice dato di fatto, tanto più rischiamo di trasformare la (giusta e proporzionata) fiducia nella scienza in una fede cieca. La differenza tra fede e fiducia è quella che passa tra la ragionevole e sostenibile adozione di misure igieniche e gli isterismi di segno opposto:

  • ho la mascherina = sono invulnerabile
  • sei a meno di un metro da me = vuoi uccidermi

Calma e buon senso, please.


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Clinicamente morto

5 Settembre 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

A mente fredda e con un po’ di pazienza, proviamo a fare un’analisi serena della Zangrilleide usandola per riflettere più in generale sulla gestione del Covid. A febbraio (una vita fa) scrissi un thread su Burioni.

Il thread non mi sembra invecchiato e anzi molti principi si applicano pari pari a Zangrillo. Il che mi permette di non insistere troppo su quanto i modi della comunicazione siano non meno importanti dei suoi contenuti.

Entriamo però nello specifico su alcuni punti.

Primo: il “clinicamente morto”

Invito chiunque a spiegarmi la frase “il virus è clinicamente morto”. Non voglio sapere cosa “intendesse” Zangrillo: chiedo una definizione da vocabolario. Un medico che vada in televisione ammantato della propria autorevolezza con l’intenzione di orientare i comportamenti del cittadino non può permettersi il lusso della fraintendibilità (ah, non troverete definizione perché la frase non ha – clinicamente – senso).

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Togliere

15 Agosto 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Stavo guardando questa clip menzionata da Vashi Nedomansky e, in una giornata in cui mi sono riproposto di ponderare i miei interventi, mi è tornato in mente il valore del silenzio.

Molti artisti in erba ritengono che l’opera debba contenere, esprimere e dichiarare tutto quello che provano o che hanno in mente. Ne risultano – di solito – cataloghi noiosi, prodotti logorroici, espressioni autoreferenziali. L’effetto è più quello del diario che della narrazione.

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Per gli studenti

30 Luglio 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Studenti o giovani psicologi/psichiatri? (terzo thread supplementare, conclusivo ma non esaustivo dopo il n. 2). Benvenuti all’inferno. Se siete fortunati, avete già incontrato almeno 10 persone che vi hanno rivelato la Verità. Peccato che siano 10 Verità diverse fra loro (se vi ha detto male invece pensate che ci sia una sola Verità).

“Di che orientamento sei?” è la domanda più stupida che vi faranno. Partite da un percorso di formazione, costruite le vostre basi, ma poi leggete tutto il resto, curiosate, contaminate, sovrapponete, siate capaci di scivolare da una cornice teorica all’altra se il caso lo richiede. Ci sono pazienti che vanno trattati freudianamente, altri che vanno trattati junghianamente, altri ancora per cui occorre un approccio sistemico-relazionale, quelli che hanno bisogno di una terapia cognitiva e quelli cui serve solo la pillola. Le teorie della mente vanno trattate come metafore: tutte un po’ vere, tutte un po’ false. Sono solo modelli. Fatevi il vostro e integratelo continuamente con l’esperienza, con le letture, con il confronto coi colleghi.

Poi: (altro…)

Come (e se) scegliere un terapeuta

28 Luglio 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Se state male cercate aiuto. Forse non è il momento, forse non siete alla frutta, forse ce la fate da soli. Ok. Ma non escludetelo dal vostro orizzonte: se arriverà il momento sarete preparati. E no, l’amico che vi ascolta ogni sera non è un’alternativa valida a una terapia.

  1. Cercate la persona giusta: non guardate il blasone, non cercate il luminare, non date troppa retta all’orientamento, non mettete preclusioni pregiudiziali.
  2. Quel che conta è il colloquio: vi sentite in buone mani? Avete fiducia? Vi sentite ascoltati? Ok. No? cambiate aria. La cura, al di là della pillola, dell’approccio, della cornice teorica, avviene sempre attraverso la relazione.
  3. La persona giusta per voi potrebbe non essere la persona giusta per un altro. E viceversa. Perdete tempo all’inizio, fate più di un colloquio se non siete convinti. Meglio perdere un mese all’inizio che fare un anno di terapia buttato al vento.
  4. Avete cominciato, ma qualcosa non vi convince. Ditelo al vostro terapeuta: è tutto materiale di lavoro. Ditegli che vi sta sul cazzo, che non lo sopportate quando sbadiglia, che non lo capite, che sentite che non state andando da nessuna parte. Se è un bravo terapeuta, saprà cosa rispondervi. Se si offende, forse non lo è.
  5. Abbiate anche pazienza, però: a volte si peggiora prima di migliorare. A volte le cose escono fuori tutte insieme, a volte per un anno sembra che non succeda nulla. Invece succede. Nessuna seduta è uguale alla precedente, anche se dite esattamente le stesse cose. E come i problemi dei matrimoni si affrontano nel matrimonio, i problemi della terapia si affrontano in terapia.
  6. Nulla di quel che pensate è banale, nulla è noioso. Dite tutto quello che vi passa per la testa. Se pensate sia banale, forse è MOLTO importante. Nella mia esperienza, la forma di censura più frequente non è ciò che imbarazza ma ciò che si ritiene “inutile da dire”.
  7. Internet dice solo cazzate. Se dite al vostro analista “ho letto su Internet che…” e lui prende un grosso bastone nodoso, ha ragione. Idem (per lo più) la TV. La credibilità di un terapeuta è inversamente proporzionale alla sua voglia di apparire in TV.
  8. La psichiatria è un mondo di incertezze. Non cercate l’etichetta, non vi fissate sulla diagnosi. La fobia è uguale per tutti, ma ogni persona fobica è diversa dall’altra e si cura la persona, non la fobia.
  9. Bruciate i bugiardini. Se avete dubbi, chiedete al medico. E dite TUTTO quello che state prendendo e TUTTI i disturbi somatici che avete, in particolare se riguardano prostata, occhi, apparati digerente, cardiocircolatorio e respiratorio.
  10. Chiedere la ricevuta non è un crimine… Veramente non ci sarebbe bisogno nemmeno di chiedere…
  11. Se non avete soldi, rivolgetevi al DSM di zona; se avete un’università nei dintorni, probabilmente c’è anche un ambulatorio pubblico universitario extraterritoriale (non legato quindi alla zona di residenza). Possono essere soluzioni ragionevoli.
  12. Molte scuole psicoanalitiche hanno anche dei centri di ascolto e smistamento con parcelle calmierate: i terapeuti spesso sono giovani ma non per questo la qualità del loro lavoro è inferiore (anzi, spesso sono in supervisione quindi doppia sicurezza). Ecco i siti delle principali scuole di psicologia analitica e psicoanalisi italiane: AIPACIPASPI

E se volete farvi due risate, pare sia tornato disponibile l’esilarante “Come scegliere il vostro psicoanalista” di Salvatore dell’Io (Cortina 1996).

Un gioiellino.


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Salute o salute mentale?

25 Luglio 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Thread lungo, spero utile a chiarire alcune cose importanti. Sarò, come sempre su Twitter, intenzionalmente approssimativo per motivi di sintesi e di chiarezza.

In tutti i libri (seri) di filosofia della medicina o di nosografia c’è un capitolo a parte dedicato alla psichiatria. Perché? Perché la psichiatria ha a che fare con malattie dai confini incerti e privi di corrispondenza con una “lesione macroscopica”. La psichiatria è la situazione-limite di un problema più generale (cos’è la salute, cos’è la malattia), che però negli altri ambiti della medicina può essere gestito con una certa approssimazione senza troppi problemi.

Invece, paradossalmente, appena il disturbo diventa “spiegabile” esce dal dominio della psichiatria. Perdita dei freni inibitori per tumore frontale? Neurologo. Farfugliamento, umore disforico, scarsa concentrazione? Non dovevate prendere la terza birra.

Esistono disturbi di vario genere e di varia entità che si configurano come “malattie” psichiatriche. Le più celebri sono le psicosi (schizofrenia, paranoia, mania, depressione endogena etc.). Ma oggi non parlerò di queste. Esiste poi tutta una serie di condizioni in cui la demarcazione fra “sano” e “malato” può essere meno evidente. Se mi lavo le mani cento volte al giorno, probabilmente ho un disturbo ossessivo. Ma dieci? o una volta ogni due settimane? Se non esco mai di casa per paura delle siringhe probabilmente ho un disturbo fobico. Ma se mi dà solo fastidio l’idea? O se non esco per gli scippi, ed effettivamente nella mia zona ce ne sono molti?

Chi decide? Qual è la soglia? (altro…)

Il problema del cospirazionismo estremo

14 Luglio 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Come è possibile che QAnon sia arrivato in Italia? O, più in generale, com’è possibile che notizie ridicolmente false vengano recepite acriticamente e condivise da un numero così importante di persone?

Anche se leggendo la frase “Amazon vende i bambini camuffati da piumini” viene facile la battuta “chiamate lo psichiatra”, la questione in realtà è terribilmente complessa. Queste persone sono “normali”? Ecco, più sì che no. Qui è il problema.

Il “delirio” è un tema complicatissimo che non posso spiegare in pochi tweet. Riduciamo all’osso. Perché si possa parlare di delirio occorrono tre criteri:

  1. certezza incrollabile
  2. non credibilità
  3. autoreferenzialità

CERTEZZA: nonostante ogni evidenza, ogni spiegazione alternativa, ogni invito al dubbio, le posizioni rimangono immobili. Al contrario, ogni ragionamento viene guidato verso la verifica dell’ipotesi di partenza (anche questo tipico del delirante). (altro…)

Vittime e carnefici

30 Giugno 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Come mai l’abominevole assassinio di due bambini diventa il dramma di un padre disperato? La risposta non è facile e ha radici profonde: mi servirà un thread lungo per rispondere (nei limiti di quanto si possa rispondere su Twitter e non in un volume).

Mi riferisco qui ai titoli di giornale e non allo specifico caso di cronaca di cui non so nulla – quello che mi interessa è esclusivamente la risonanza sociale del fatto, non la dinamica interna. Si incrociano, in questo genere di episodi, diversi elementi. (altro…)

Il virus e gli intellettuali

10 Giugno 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Di questa pandemia, mi preoccupa poco l’orda di stupidi che pensa che il COVID sia un complotto dei marziani per controllare l’economia col 5G. Sono più allarmato dall’atteggiamento degli “intellettuali”.

Con “intellettuale” intendo quelle persone che, dotate di competenze e – si spera – di sufficienti strumenti intellettivi, dovrebbero spiegare e possibilmente aiutare a governare certi processi storici. Istituzionalmente o, nel loro piccolo, come cittadini. Gli scambi più frustranti – quasi angoscianti – li ho avuti con questi ultimi. La cosa non mi lascia affatto tranquillo. Non mi piace quello che vedo:

  1. Non si conferiscono patenti di attendibilità sulla sola base di indici o titoli. Non tutto è sempre misurabile.
  2. Non si può ridurre l’interpretazione di un evento complesso alla sola disciplina che si conosce e ai suoi strumenti. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…”
  3. Più si sa, più ci si dovrebbe render conto di non sapere.
  4. Sono scandalizzato dalla difficoltà di alcuni a definire i termini di una discussione prima ancora del suo contenuto, a capire un’affermazione prima di criticarla, a dimostrare un argomento senza cadere nei punti 1-2-3.
  5. In un mondo scientifico così polarizzato verso la specializzazione, non serve solo la competenza nel proprio ramo: serve la capacità di recuperare visioni sintetiche, d’insieme. E questo non è più possibile senza interdisciplinarietà o almeno elasticità mentale.
  6. Il bisogno compulsivo di riportare un fenomeno a un insieme circoscritto di cause semplici senza la capacità di dire “non lo so”.
  7. L’incapacità di gestire l’incompletezza dei dati e, come soluzione, la decisione di di ignorarla ricorrendo a semplificazioni inaccettabili.
  8. Il disprezzo per l’intelligenza umana nel suo senso più nobile, ovvero quello di subentrare a tale incompletezza con intuizione, capacità associativa, anche arbitrio, per prendere decisioni ponderate e responsabili laddove i fatti non siano da soli sufficienti a dare certezze.
  9. L’incapacità quindi di governare fenomeni di cui sfugge la portata perché non si ha il coraggio di dire: “non sapendo che succede, questa è la cosa migliore che possiamo fare” (e affrontare la critica di chi poi sosterrà che si doveva fare altrimenti).

Non mi sorprende a questo punto la risposta molto deludente dell’apparato, della tecnostruttura, dell’accademia, degli organismi internazionali – tutte istanze da cui mi aspettavo qualcosa di più rispetto alla politica.

Il mondo “intellettuale” non sta dando, insomma, un grande esempio. Inutile discutere su cosa pensiamo, se non siamo più capaci di pensare.

P. S. – Forse un esamino obbligatorio di filosofia della scienza nelle facoltà scientifiche sarebbe opportuno


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Cornice

2 Aprile 2020Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Una foto che gira “tagliata” maliziosamente ad arte mi ha fatto tornare in mente un vecchio intervento che feci sul tema della “cornice”. Per tirar fuori qualcosa di utile da questa meschinità, riprendo qualche spunto. La fotografia è un medium strano: tutto ciò che è al di fuori del frame è importante tanto quanto ciò che è dentro, anche se spesso non ci si fa caso.

Joseph Koudelka, Praga, 21 agosto 1968

Mentre un pittore, creando una scena, “decide” cosa esiste e cosa no nell’immagine, il fotografo “esclude” una fetta di mondo dall’inquadratura: una fetta di mondo che esiste e che viene separata dal soggetto solo, artificialmente, dallo scatto. (altro…)