JAMA, cospirazionismo e demenza

12 Gennaio 2022Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Un articolo di JAMA del 2020 che offre analogie tra la propensione al cospirazionismo e la risposta neurofisiologica alla demenza ha generato reazioni piuttosto virulente (in chi, come al solito, probabilmente non ha letto l’articolo). Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

L’articolo ha dei punti interessanti e presenta alcune problematicità. Su entrambi i fronti, quello che ci serve è stato perfettamente sintetizzato dalla sempre eccellente Barbara Gallavotti (e potremmo già fermarci qui):

I sensi comunicano al cervello delle informazioni false… e le zone del cervello che ricevono queste informazioni le inviano alla parte incaricata del pensiero razionale la quale fa tutti gli sforzi per dare un senso quelle informazioni… Secondo Miller, analogamente, quando ci convinciamo di un’idea falsa… il nostro cervello riceve delle informazioni infondate e le comunica alla parte dedicata al pensiero razionale – e questa le confeziona in maniera che siano convincenti

Gallavotti dissente dall’associazione tra questa modalità di convincimento e la mancanza di cultura scientifica – e io con lei per motivi che dovrebbero essere chiari più avanti.

Fra le problematicità, l’articolo è troppo disinvolto nell’associare singoli meccanismi a un comportamento molto complesso e ad attribuire le cause a fattori così puntiformi. Ma solleva delle questioni sostanziali che cercherò di riprendere spostandomi sul mio versante e muovendomi quindi dal polo biologico-neurofisiologico verso quello psicologico-psicopatologico (per il quale tutto ciò non è particolarmente nuovo).

Con buona pace di Hegel, partiamo dall’assunto che il reale non è razionale. La realtà ci giunge attraverso i sensi in modo totalmente “con-fuso” ed è il nostro cervello a “costruire” un ordine che ci permetta di muoverci in essa in modo orientato e strategico. Questo vuol dire distinguere e isolare gli stimoli che hanno valore da quelli che non ne hanno.

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