La persona piĂą della malattia

7th June 2019🇮🇹 Italiano

C’è un problema diffuso di interpretazione del disagio mentale e, a seguire, anche del senso del trattamento psichiatrico o psicoterapeutico. In nessun campo della medicina il concetto — già di per sé ambiguo — di salute è sfuggente come lo è in psichiatria. Forse è per questo che si sente la necessità di una demarcazione forte, come se l’idea stessa del disagio psichico possa in qualche modo contagiarci. Ciò che più ci protegge dalla «stranezza» dell’altro è sapere che in realtà, sotto sotto, non è veramente come noi. Possiamo così avvicinarci — anche moltissimo — ma è come se si rimanesse dall’altra parte di un vetro. Un po’ come allo zoo. Se la demarcazione si fa incerta, le cose invece si complicano moltissimo.

In realtà, il discorso vale anche a parti invertite, almeno per la sfera nevrotica. Chi non sta bene cerca spesso l’etichetta che lo definisca, che gli dia una patente di malattia, lo giustifichi rispetto alle proprie inadeguatezze e lo rassicuri sulla disponibilità direi «algoritmica» di una procedura terapeutica. Si mette, per dire, in una gabbia comoda (e ci sarebbe molto da riflettere su una società in cui bisogna sentirsi matti per sentirsi giustificati).

Rimanere invece in quella zona grigia, indefinita, in cui non conta tanto la malattia quanto la persona (le sue scelte, la sua libertà, il suo destino, la sua felicità), è terribilmente faticoso sia per chi sta al di qua sia per chi sta al di là di questa demarcazione artificiale.

E qui si manifesta il primo fraintendimento: per quanto la terapia possa prevedere colloqui, pillole, ricoveri e trattamenti piĂą o meno coatti e per quanto l’indice della sua evoluzione sia rappresentato dai suoi sintomi, lo scopo reale dello psichiatra non è, come può sembrare, quello di curare la malattia. (more…)

Psichiatria e media

1st November 2005🇮🇹 Italiano

“Depressione” è un termine ormai di uso corrente, tanto corrente quanto impreciso è diventato il suo alone semantico. Un “googling” improvvisato e privo di ogni presunzione sociologica ci permette di trovare oltre tre milioni di pagine web in italiano che contengono la parola “depressione”, contro un milione e settecentomila che contengono “tristezza” (la prima dell’elenco, neanche a farlo apposta, riporta: “la depressione come forma della tristezza” – e ci risiamo). Come detto, questa indagine svolta dal salotto di casa non dimostra nulla; eppure, tornano i conti con la sensazione diffusa che nessuno si senta piĂą banalmente triste, quando ha la possibilitĂ  di definirsi depresso.

Se fino a trent’anni fa chiedevamo conto ai poeti della nostra tristezza, oggi devono risponderci gli psichiatri, i quali generosamente non si sottraggono alla domanda e ci illustrano da trasmissioni, libri e rubriche cosa la depressione sia e come liberarcene. Lodevole il tentativo di rasserenare gli animi inquieti della societĂ , però urge anche una riflessione sui rapporti fra societĂ  civile, mezzi di comunicazione e tematiche psicologiche. Queste ultime hanno infatti una presa formidabile sull’immaginario collettivo e, nel momento in cui propongono chiavi di lettura (seppur con le migliori intenzioni) non si può ignorare che lavorino anche come suggestioni potentissime e – se non ben identificate – in gran parte inconsce. (more…)

Internet e psicopatologia

1st September 2005🇮🇹 Italiano

Pochi fenomeni hanno subito una crescita esponenziale e vertiginosa come quella che ha caratterizzato Internet negli ultimi dieci-quindici anni. Forse sono ancor meno le innovazioni tecnologiche capaci, a così breve distanza dalla loro diffusione iniziale, di entrare nell’uso comune, di cambiare o condizionare la vita quotidiana del cittadino, financo il suo modo di mettersi in relazione con gli altri. L’evoluzione tecnica del mezzo informatico, inoltre, è talmente rapida che spesso l’analisi di un fenomeno si completa quando il fenomeno stesso si è riadattato, trasformato in altro.

Anche sul fronte psichiatrico si è osservata una serie eterogenea di situazioni cliniche relativamente nuove, che la psichiatria ha fronteggiato con gli strumenti che possedeva. Sono nate così etichette per sindromi da dipendenza da Internet e simili, nel tentativo di incorporare nuovi comportamenti nella nosografia corrente, che è prevalentemente quella, di stampo americano, del DSM-IV.

Per evitare di cadere in uno sterile collezionismo di sindromi “à la DSM” (dipendenza da chat, dipendenza da computer, panico da “disconnessione” etc.) che nulla ci dice su cosa succede effettivamente “lĂ  dentro”, non resta che procedere pazientemente con alcune osservazioni di stile fenomenologico, alla vecchia maniera. (more…)

Il delirio tra Mito e Logos

1st November 2001🇮🇹 Italiano

“Il delirio si comunica in giudizi. Solo là dove si opera con il  pensiero e si esprime un giudizio può insorgere un delirio. In tal senso si chiamano idee deliranti i giudizi patologicamente falsati. Il contenuto di tali giudizi può essere presente anche in modo rudimentale, ma non per questo meno efficace, quale pura coscienzialità; si è soliti allora parlare di «sensazione» il che tuttavia è un sapere oscuro.”

(K. Jaspers, Psicopatologia Generale, pag. 103) [1]

Già in queste prime righe, Jaspers lascia emergere il carattere contraddittorio ed inafferrabile del delirio nel suo misterioso declinarsi fra pensiero e “sensazione”. Affermando poco oltre con certezza che “quando il malato… ci comunica i contenuti delle sue idee deliranti, ci troviamo sempre di fronte ad un prodotto secondario” e che pertanto “è una comune formulazione di giudizio quella che ci si presenta e che si distingue da un altro giudizio normale forse solo per il suo contenuto” [2], egli sancisce in fondo che tutto ciò che vediamo del delirio non è primario, e tutto ciò che invece è primario sembra non apparirci mai.

La Wahnerleben resta la sede, l’origine ed infine anche la scena vera del delirio, e risulta confinata all’interno delle insuperabili pareti del mistero dell’Altro. Di fronte alle echte Wahnideen si consuma la resa del verstehen fenomenologico, incapace di sciogliere questa irriducibile opposizione e costretto quindi a risolversi nella sola descrizione. Ci resta però il richiamo indiretto di “qualcosa d’altro” che si consuma al di là di codeste pareti e che non è possibile ridurre al clamoroso malfunzionamento di una operazione psichica, qual è il giudizio di realtà.

Affermando che “la critica non viene distrutta”, ma “si pone al servizio del delirio” [3], Jaspers sottolinea nuovamente come il nucleo dell’esperienza delirante non sia in, ma piuttosto si esprima attraverso l’errore di critica.

Scrive A. Gaston:

Incontrato in questa dimensione, il delirio non può esaurirsi nella semplice definizione di errore incorreggibile del giudizio o di falsificazione personalistica e acritica della realtà, espressione immediata del malfunzionamento di una struttura, ma si pone come una diversa e peculiare possibilità di relazione Io-Mondo. [4]

In questa luce, il delirio si rivela due volte epifanico: lo è per il malato, cui offre una realtà nella quale egli – per oscure ragioni – si muove meglio che in quella condivisa; ma lo è anche per il medico, cui manifesta la possibilità di un rapporto Io-Mondo altro rispetto a quello che gli è familiare e che considera l’unico possibile. Si apre una diversa relazione fra idios e koinòs che sospinge il de-lirante lontano dal solco comune delle interpretazioni condivise per promettergli un mondo in fin dei conti più autentico: è del resto il suo un allontanarsi dal comune “si-dice”, dalla realtà quale la si-ritiene e con la quale il medico pigro – che si limita a dare un giudizio sul contenuto del suo delirio –  lo confronta per porre diagnosi.

Read More