Stavo guardando questa clip menzionata da Vashi Nedomansky e, in una giornata in cui mi sono riproposto di ponderare i miei interventi, mi è tornato in mente il valore del silenzio.

Molti artisti in erba ritengono che l’opera debba contenere, esprimere e dichiarare tutto quello che provano o che hanno in mente. Ne risultano – di solito – cataloghi noiosi, prodotti logorroici, espressioni autoreferenziali. L’effetto è più quello del diario che della narrazione.

Non mi viene in mente alcuna forma artistica in cui l’assenza non sia importante quanto la presenza. Un po’, riguardo la fotografia, ne ho parlato a proposito della cornice (anche se il discorso non si limita a questa)

Inutile sottolineare l’importanza della pausa in musica, anche se può essere interessante mettere in luce quanto il silenzio possa essere significativo quando viene condotto all’estremo:

Portai sia Sylvian che i Neubauten a un’Officina di @bomba_carta di moltissimi anni fa sul “Nero”. Il rumore che sentite all’inizio è quello di una sigaretta perché sì, Blixa fa musica anche con una sigaretta.

Vale la pena anzi di riproporre anche l’editoriale di @antoniospadaro per quella giornata, perché calza a pennello:

Allora il nero che cos’è? Il nero più che un colore è ciò che custodisce il principio, la possibilità, il grembo originario di tutte le cose e dell’ispirazione. È quel silenzio che è ricordo dell’origine misteriosa, silenziosa, caotica che però è capace di ricordare a ogni luce e ad ogni colore la sua provenienza. Lo fa brillare perché lo fa essere umile. Gli ricorda sì, anche al rosso, al verde, al giallo, che proviene dal buio e gli ricorda anche che sempre a quel buio può ritornare se smette di essere se stesso. È questa strana umiltà tenebrosa, paurosa e insieme elegante, del nero che ogni colore deve affrontare per brillare. Così come la vita che, se è vissuta in pienezza, non può obliare la sua origine e i suoi “buchi neri”, che le ricordano di essere in se stessa come un quadro di Jackson Pollock, frutto di un action painting.

Per il cinema, porto spesso a esempio David Lean.

E chiunque scriva – narrativa o saggistica – sa quanto è doloroso togliere, sfrondare, rinunciare a quei passaggi di cui ci siamo innamorati ma che proprio non stanno insieme col resto.

C’è una bellissima scena da un film troppo sconosciuto, Sei Gradi di Separazione:

Vi racconto invece cosa ho sognato io, anzi capito più che sognato. Sono affezionato ai quadri. Per me non è come vendere carne al mercato. Mi sono ricordato da dove è nato il mio amore per i quadri. Ho pensato… sognato… ricordato com’è facile per un pittore perdere un quadro. Dipinge senza sosta, lavora a una tela per mesi, poi, un giorno, la perde. Ne perde la sostanza, il senso. Perde il quadro. Mi sono ricordato di quando ho chiesto alla maestra dei miei figli:

– Come mai i suoi alunni sono tutti dei geni? Guardi la prima classe: macchie di colore. La terza: forme indistinte. Ma nella sua classe, la seconda, sono tutti dei Matisse. Lei ha trasformato mio figlio in un Matisse. Mi faccia studiare con lei. Mi ammetta in seconda elementare. Qual è il suo segreto?

– Non ho segreti. È solo che so quando è ora di portare via i disegni ai bambini.

Ma, per tornare alla scena iniziale, il silenzio/il togliere non ha solo un valore estetico, comunicativo, drammatico. Ha anche un valore esistenziale. Implica il lasciare spazio: ai propri pensieri, alle proprie emozioni, all’altro, al mondo.

Ci ostiniamo troppo spesso a “riempire”, a colmare subito ogni spazio che ci si apre di fronte come fosse un baratro e questo non ci permette di ascoltare. E senza ascolto non c’è dialogo, non c’è relazione – nemmeno con noi stessi.


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