L’immagine strappata

29 Agosto 2025Asterione, 🇮🇹 Italiano

“L’analfabeta del futuro non sarà chi non sa scrivere, ma chi ignora la fotografia”, scriveva László Moholy-Nagy a proposito di un medium, quello fotografico, che era ancora tutto da capire ed esplorare.

Che l’immagine fotografica – a dispetto della “riproducibilità tecnica” che offre di sé e del mondo reale – sia tutt’altro che obiettiva è un principio, infatti, noto da sempre. Quello spicchio di realtà, di mondo, di esistenza raccolto nel rettangolo dell’inquadratura, è il frutto di un lungo elenco di decisioni.

Alcune sono predeterminate: la qualità ottica dell’obiettivo, le caratteristiche fisiche del sensore (o, in pellicola, dell’emulsione), il programma con cui l’immagine viene analizzata, compressa, registrata etc. Queste sono tutte decisioni prese prima ancora che l’apparecchio fotografico esista e lo stesso fotografo può controllarle fino a un certo punto (gli algoritmi del cosiddetto “negativo digitale” per esempio, il RAW, sono protetti dal segreto industriale).

Cronaca e simboli

17 Novembre 2024Asterione, 🇮🇹 Italiano

Un paio di settimane fa sono diventati virali i video di una ragazza iraniana in biancheria intima e a capo scoperto di fronte a un’università di Teheran (il suo nome, si è poi saputo, è Ahou Daryaei). Il fermo immagine di questa giovane donna apparentemente calma in un contesto in cui basta una ciocca di capelli fuori posto per perdere la vita è diventato immediatamente “iconico” ed è stato presto associato a foto di simile significato come quella, celebre, di piazza Tienanmen.

Per la prima parte della giornata, mentre scorrevo il mio feed (mi riferirò qui a Twitter, che è l’unico social che ancora frequento con una certa regolarità), pensavo a quanto possano essere potenti le immagini e a quanto abbiamo ancora bisogno di “fotografia” per raccontare il mondo.

A una certa ora il dibattito ha però preso una piega inaspettata. Tutto nasce da un tweet particolarmente infelice di Cecilia Sala.

Alternative facts

18 Luglio 2023Asterione, 🇮🇹 Italiano

L’espressione “alternative facts” è stata partorita il 22 gennaio 2017 in modo (direi involontariamente) geniale da Kellyanne Conway durante un’intervista con Chuck Todd per “Meet the Press”, trasmissione domenicale della NBC. Poco conta l’argomento: era uno come tanti. Anzi, non c’era nulla di speciale in quel dibattito, vista la frequenza con cui la Casa Bianca diramava attraverso ogni canale informazioni fattualmente false. In un Paese in cui fino a quel momento una sola menzogna poteva costare l’impeachment, le bugie di Trump erano così continue e ripetute che il Washington Post aveva dovuto aggiungere un nuova categoria al proprio servizio di fact-checking (il “bottomless Pinocchio”).

Nonostante la precisazione di Todd (“Look, alternative facts are not facts: they’re falsehoods”), quel giorno Conway ha però sancito ufficialmente ciò che evidentemente era già nelle cose: il primato dell’asserzione su qualunque principio di realtà condivisa.

Alla ricerca della realtà

“Qualunque principio di realtà condivisa” è una locuzione un po’ convoluta. Qui, infatti, casca l’asino. Anche se siamo portati a intuire immediatamente cosa sia “reale” o “vero”, la difficoltà a trovare dei fondamenti a questa intuizione è antica come la filosofia. Lo splendore della lingua greca riassume il problema nella parola stessa: il termine per “verità”, a-létheia (ἀλήθεια, composto da un’alfa privativa e dalla radice del verbo lanthàno, nascondere), indica che essa – “ciò che non è (più) nascosto” – non è un dato immediato ma qualcosa che può essere ottenuto solo attraverso un processo di dis-velamento.

L’odio per la vittima

18 Marzo 2022Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Come mai di fronte a un abuso plateale, netto, privo di sfumature, c’è da parte di alcuni una corsa ai distinguo, se non un vero e proprio fiancheggiamento dell’aggressore? La risposta è piuttosto articolata per cui cercherò di schematizzare molto.

La condizione esistenziale della “vittima” è quella di non avere il potere di venire a patti. È una condizione psicologicamente angosciante ben oltre gli effetti concreti dell’abuso perché ci mette di fronte alla possibilità dell’impotenza.

L’impotenza non ci piace. Sono lontani i tempo dell’Anànche greca, la necessità frutto del capriccio degli dei cui non possiamo che sottometterci. L’uomo moderno ha asserito il proprio trionfo sulla Natura con la tecnica e sull’Altro con vari strumenti fra cui la retorica.

Il che ci rende potenti/responsabili degli eventi della Natura e dei rapporti con l’Altro: ma questo altro è sempre un Alius, un alieno, o un bàrbaros, al massimo uno Xènos, uno straniero – non ci è mai veramente simile, non è uno dei “nostri”.

E l’accento si sposta facilmente dalla responsabilità per posarsi esclusivamente sul potere. La responsabilità prevede anche dei doveri ed è molto più comodo lasciare ad altri queste incombenze. Altri saranno, quindi, i colpevoli. Anche quando diciamo “siamo tutti colpevoli” in realtà stiamo pensando agli altri: noi non ci mettiamo veramente nel mucchio (altrimenti diremmo: “io sono colpevole”).

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La perdita della credibilità

21 Agosto 2021Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Voglio provare a rispondere a questo stimolo. Sarò ridicolmente approssimativo per questioni di spazio.

Fino a prova contraria, non possiamo credere che il genere umano si sia rincretinito biologicamente negli ultimi 50 anni. Dobbiamo quindi pensare che si tratti di una questione di cultura, di contesto e di dinamiche sociali.

1) Il più evidente cambiamento tra XX e XXI secolo è, IMHO, il crollo dei contenitori ideologici che hanno assorbito, irregimentato, a loro modo educato e organizzato molte forme di dialettica inclusi il dissenso e lo spaesamento. L’ideale del Partito (a prescindere dal colore politico) è stato a lungo semplice abbastanza da essere comprensibile a persone poco abituate a ragionare e altresì complesso abbastanza da garantire un’articolata struttura di pensiero e confronto intellettuale.

Il crollo delle ideologie ha reso orfani tanto i primi (il cui Io fragile si dilata oggi in naricisistiche e arroganti presunzioni di infallibilità basate sulla “chiacchiera” del Web, vedi sotto) quanto i secondi, i cosiddetti intellettuali, del resto mai particolarmente abbondanti in Italia, che per mantenere il gusto della propria superiorità non sanno far altro che sbuffare, additare l’errore, alzare gli occhi al cielo, senza degnarci mai di una pars construens.

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La libertà e l’attendibilità delle informazioni nell’era del World Wide Web

10 Gennaio 2006Articoli, 🇮🇹 Italiano

Quando a metà degli anni Novanta l’estensione del World Wide Web osservò una crescita esponenziale e si estese in egual misura la base di utenti che vi accedevano, apparve subito piuttosto chiaro che con l’aumento delle informazioni disponibili aumentava di pari passo il problema della loro attendibilità.

Nel 1993, data di uscita di NCSA Mosaic (il capostipite dei browser web), i modem avevano raggiunto velocità di 14.400 bit al secondo e prezzi relativamente accessibili, il che era quanto necessario e sufficiente all’apertura definitiva della Rete al grande pubblico (e al suo mercato). La velocità di connessione, la disponibilità di provider, il numero di utenti si incentivarono reciprocamente: a dicembre di quell’anno si contavano già tremila siti web, che sarebbero diventati mezzo milione nel 1996 per raddoppiare l’anno successivo; non si trattò di una semplice crescita, ma di una vera e propria trasformazione: la Rete da prerogativa dei “tecnici” diventava luogo di incontro elettivo fra gli interessi più disparati.

Molti strumenti di allora sono diventati obsoleti (come Gopher) o rimangono confinati ad utilizzi di nicchia (irc, usenet, l’emulazione di terminale); viceversa, alcune innovazioni prodotte nella Rete sono accessibili, ben più che al veterano, proprio all’utente comune, perché ritagliate su misura sulle sue capacità, sulle sue esigenze, sintonizzate con la sua mentalità. Tim Berners Lee, il padre del World Wide Web, ha aperto il suo weblog solo il 12 dicembre del 2005, concludendo il primo post in questo modo: “Così proverò questa faccenda del blog, usando gli strumenti dei blog. Questo per le persone che sostenevano che dovevo proprio averne uno”1. (altro…)

Psichiatria e media

1 Novembre 2005Articoli, 🇮🇹 Italiano

“Depressione” è un termine ormai di uso corrente, tanto corrente quanto impreciso è diventato il suo alone semantico. Un “googling” improvvisato e privo di ogni presunzione sociologica ci permette di trovare oltre tre milioni di pagine web in italiano che contengono la parola “depressione”, contro un milione e settecentomila che contengono “tristezza” (la prima dell’elenco, neanche a farlo apposta, riporta: “la depressione come forma della tristezza” – e ci risiamo). Come detto, questa indagine svolta dal salotto di casa non dimostra nulla; eppure, tornano i conti con la sensazione diffusa che nessuno si senta più banalmente triste, quando ha la possibilità di definirsi depresso.

Se fino a trent’anni fa chiedevamo conto ai poeti della nostra tristezza, oggi devono risponderci gli psichiatri, i quali generosamente non si sottraggono alla domanda e ci illustrano da trasmissioni, libri e rubriche cosa la depressione sia e come liberarcene. Lodevole il tentativo di rasserenare gli animi inquieti della società, però urge anche una riflessione sui rapporti fra società civile, mezzi di comunicazione e tematiche psicologiche. Queste ultime hanno infatti una presa formidabile sull’immaginario collettivo e, nel momento in cui propongono chiavi di lettura (seppur con le migliori intenzioni) non si può ignorare che lavorino anche come suggestioni potentissime e – se non ben identificate – in gran parte inconsce. (altro…)