Settembre è già lontano: ci siamo lasciati alle spalle il ricordo delle vacanze e le prime fatiche della ripresa. Il ciclo dell’anno così come lo abbiamo conosciuto a scuola si ripete ancora una volta, più o meno simile a se stesso, celebrando senza troppa gloria il proprio ufficioso capodanno. Anche chi – per lavoro o altre situazioni – sfugge a questi riti collettivi non può sottrarsi a un Paese intero che rallenta durante l’estate e riparte poi bruscamente alla conclusione di agosto. A far eccezione sono piuttosto le “matricole” di ogni ordine e grado che si trovano alle prese con un sistema totalmente nuovo e le sue regole sconosciute.
Tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, settembre era il mese in cui si impennava l’accesso di nuovi utenti ai sistemi informatici delle università americane; i gruppi di discussione Usenet venivano improvvisamente saturati dai newbies e dal loro ricorrente afflusso di domande, errori, off-topic; il tutto veniva accolto dagli utenti anziani con reazioni oscillanti fra la benevola pazienza e l’insofferenza esasperata (“RTFM!”), nella consapevolezza che comunque, nel giro di poche settimane, i nuovi arrivati sarebbero diventati abbastanza competenti da far tornare i gruppi alla loro regolare vita quotidiana.
L’immagine strappata
“L’analfabeta del futuro non sarà chi non sa scrivere, ma chi ignora la fotografia”, scriveva László Moholy-Nagy a proposito di un medium, quello fotografico, che era ancora tutto da capire ed esplorare.
Che l’immagine fotografica – a dispetto della “riproducibilità tecnica” che offre di sé e del mondo reale – sia tutt’altro che obiettiva è un principio, infatti, noto da sempre. Quello spicchio di realtà, di mondo, di esistenza raccolto nel rettangolo dell’inquadratura, è il frutto di un lungo elenco di decisioni.
Alcune sono predeterminate: la qualità ottica dell’obiettivo, le caratteristiche fisiche del sensore (o, in pellicola, dell’emulsione), il programma con cui l’immagine viene analizzata, compressa, registrata etc. Queste sono tutte decisioni prese prima ancora che l’apparecchio fotografico esista e lo stesso fotografo può controllarle fino a un certo punto (gli algoritmi del cosiddetto “negativo digitale” per esempio, il RAW, sono protetti dal segreto industriale).
Cronaca e simboli
Un paio di settimane fa sono diventati virali i video di una ragazza iraniana in biancheria intima e a capo scoperto di fronte a un’università di Teheran (il suo nome, si è poi saputo, è Ahou Daryaei). Il fermo immagine di questa giovane donna apparentemente calma in un contesto in cui basta una ciocca di capelli fuori posto per perdere la vita è diventato immediatamente “iconico” ed è stato presto associato a foto di simile significato come quella, celebre, di piazza Tienanmen.
Per la prima parte della giornata, mentre scorrevo il mio feed (mi riferirò qui a Twitter, che è l’unico social che ancora frequento con una certa regolarità), pensavo a quanto possano essere potenti le immagini e a quanto abbiamo ancora bisogno di “fotografia” per raccontare il mondo.
A una certa ora il dibattito ha però preso una piega inaspettata. Tutto nasce da un tweet particolarmente infelice di Cecilia Sala.
Mentalità
Due pesci si incontrano e uno dice all’altro: “Fredda l’acqua oggi, vero?”. Il secondo risponde:
Acqua? Cos’è l’acqua?
Oltre un secolo di psicoanalisi ci ha abituato al principio che una larga parte della psiche è celata ai nostri stessi occhi: che l’inconscio sia depositario di emozioni, sentimenti, contenuti che non vediamo direttamente è un concetto ormai non particolarmente sorprendente.
Al contrario, risulta molto più difficile accettare che ci sia invisibile qualcosa che abbiamo sotto il naso come nella barzelletta dei pesci. Nel numero di oggi ci riferiamo alla mentalità, intendendo con questo termine l’insieme di idee, griglie interpretative, atteggiamenti attraverso i quali giudichiamo (sia in termini di realtà che di valore) noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda e che riteniamo “indiscutibili”. Sono i nostri assiomi. Lo sono talmente tanto, anzi, che diamo per scontato che siano universali, gli unici possibili: delle realtà autoevidenti e non bisognose di spiegazioni o giustificazioni.
L’altro attraverso lo schermo
È avvenuto un fatto che ha generato molte polemiche. L’ho letto su Twitter (che non riuscirò mai a chiamare “X”), ne ho seguito i commenti, mi sono fatto una mezza idea che voglio condividere. Scrivo poche righe dal mio iPad e pubblico. A breve troverò la notifica di una manciata di “like”, qualcuno mi darà ragione, qualcun altro torto, forse inizierà una discussione interessante o forse no.
Quali che siano l’argomento, il social, la forma espressiva o il dispositivo, questo comportamento è entrato nella nostra quotidianità come un gesto automatico, indifferente, una parte innocua delle nostre abitudini. Eppure negli ultimi vent’anni si sono susseguite innovazioni tecnologiche che – per la popolarità di cui hanno goduto e la velocità con cui sono state assimilate – hanno profondamente modificato il nostro modo di comunicare, di prendere decisioni, di pensarci sia come individui che come comunità.
No, il dibattito no!
Alcuni giorni fa mi sono trovato coinvolto mio malgrado in una discussione molto virulenta.
Tutto è partito da un commento a un commento nidificato a propria volta in un thread su Twitter senza troppe ambizioni (su uno specifico argomento e con una sola tesi molto circoscritta) cui è seguita una serie di sfide all’OK Corral e una disordinata canizza in cui si è finiti a dibattere molto confusamente de La vita, l’Universo e Tutto Quanto. Poco conta oggi l’oggetto del contendere: mi interessa invece mettere in evidenza i rischi connessi ad alcune abitudini che si sono recentemente consolidate a prescindere da questo singolo episodio.
Il lockdown ha accelerato l’esplosione di alcuni strumenti che erano riservati a più specifiche nicchie: Zoom è uscito dalle segrete stanze della comunicazione inter-aziendale così come Twitch da quelle dei gamers; sono fioriti strumenti di interconnessione (Streamyard etc.) capaci di mandare il feed verso più canali e di gestire commenti, ospiti, spettatori in modo facile ed estemporaneo; un’utenza ritenuta generalmente impaziente (anche giovane o giovanissima) si è adattata molto velocemente alla fruizione di contenuti video lunghi diverse ore.
Un mondo terribilmente complicato
Questo post è una riedizione, con alcune limature, dell’editoriale scritto per BombaCarta nell’ottobre del 2020.
“Ah, Cindy Sondheim, saresti dovuta nascere in un’altra epoca”, commenta nostalgico l’improbabile Conte Dracula di Amore a primo morso mentre l’amata Cindy manda giù due Xanax con l’aiuto di un bicchiere di champagne.
Le cose erano più semplici, meno complicate. Sai quante donne hanno avuto un esaurimento nervoso nel Quattordicesimo Secolo? Due.
Più semplici, meno complicate.
Meno conoscenze, meno informazioni da elaborare e – al posto loro – una rassegnata fiducia nella Provvidenza, unico argine a una serie di iatture (pestilenze, guerre, calamità) sulle quali si aveva un controllo modesto.
E meno responsabilità: ancora felicemente ignari delle teorie di Freud che ci avrebbero regalato un po’ di autoconsapevolezza, sì, ma anche molti esaurimenti nervosi.
Il corpo
Questo post è stato pubblicato originariamente come editoriale di ottobre 2023 sul sito di BombaCarta.
Pochi concetti appaiono certi e allo stesso tempo ambigui come quello del corpo. Di esso abbiamo esperienza immediata e incontrovertibile: eppure quello stesso oggetto della nostra esperienza ne è anche in un certo modo soggetto in quanto agente delle sensopercezioni.
Ciò vale però solo per il nostro corpo, giacché quello degli altri – per quanto possiamo coglierlo empaticamente come affine – ci rimane in questo rispetto estraneo e si confonde con gli altri oggetti del mondo.
Pur essendo immersi da sempre nella nostra esperienza corporea, scopriamo il corpo a poco a poco senza ritenere mai una vera esperienza dell’inizio. L’incontro col mondo (volendolo far coincidere con la nascita, cosa niente affatto scontata se consideriamo la progressiva maturazione delle capacità percettive del feto) è segnato da “pena e tormento per prima cosa”; eppure non ce lo ricordiamo: in quel frangente non abbiamo alcuna capacità di discriminare ciò che è dentro da ciò che è fuori, ciò che è nostro da ciò che non lo è. Siamo, a ogni stimolo (una colichetta, il senso di fame), un sentire senza oggetto, totale e totalizzante; stimolo che non è ancora “un” dolore collocato in “una” parte del corpo: siamo dunque noi, in quel momento, tutto-dolore, tutto corpo, tutto disperazione fino alla salvifica poppata che ci rende improvvisamente tutto appagamento e piacere. Un giorno, più in là, scopriremo le “nostre” mani e i “nostri” piedi con curiosità e un po’ di sconcerto.
Trasparenze
Alcuni giorni fa avvio Twitter (che proprio non riesco a chiamare “X”) e mi ritrovo in timeline un tweet (che ancora non riesco a chiamare “post”) di Andrea Delogu:
“Non vi siete stancati di dare la vostra opinione? Cioè, senza che nessuno ve lo chieda intendo.”
Le risposte – come sempre in questi casi – variano dall’entusiasmo complimentoso all’offesa puerile, con qualche escursione didascalica sui principi fondamentali della libertà. Non seguo Andrea Delogu: il tweet mi appare citato dall’Alieno Gentile (il quale, ricordo, ha una newsletter qui) galleggiante in un flusso indistinto di informazioni e factoids che – nonostante i tentativi – non controllo più io e che sarebbe passato inosservato se non fosse così adeguato al tema che avevo scelto per il numero odierno.
Commenta, opportunamente, l’Alieno:
“La domanda non è per niente peregrina, anche se le risposte sotto il tweet evocano la democrazia, la libertà e prosopopea assortita. Esprimere un’opinione è cosa diversa averla e/o da poterla esprimere. Mentre il dubbio che pur di esprimere qualcosa si scriva, senza averla, c’è.”
Gli inganni dei sensi
“Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Lo afferma irremovibile – e anche un po’ puntiglioso – san Tommaso in Gv 20, 25.
Chissà cosa deve essere passato per la testa del povero Tommaso in quel frangente: gli amici che ama e di cui si fida riferiscono che Cristo è risorto, che è stato lì pocanzi, che ci hanno parlato; ora si trova a decidere se questa informazione possa essere vera, quanto la fonte sia attendibile, se il contenuto è plausibile. Deve formulare, in sintesi, un complicato giudizio di realtà. Possibile che gli Apostoli mentano? Che si siano confusi? O saranno forse usciti del tutto di senno? La loro versione, alla fine, non è sufficiente: Tommaso non crederà se non potrà toccare con mano.
La nostra conoscenza delle cose passa in gran parte attraverso le parole degli altri: se dovessimo affidarci sempre e soltanto alla nostra esperienza diretta, del Mondo sapremmo ben poco. Impariamo presto a fidarci – ma quasi altrettanto presto impariamo che ciò che ci viene detto può essere incompleto, impreciso, male interpretato o anche semplicemente falso. Di ciò di cui abbiamo esperienza diretta, invece, non dubitiamo: ciò che tocchiamo, vediamo, ascoltiamo in prima persona è davanti a noi e lo cogliamo nel suo spontaneo offrirsi ai nostri sensi: certo, sicuro, solido.









