Paradigmi

15 Gennaio 2023Asterione, 🇮🇹 Italiano
Anne Francis e Robbie The Robot, foto per “Forbidden Planet”, 1956

“Is the Internet changing the way you think?”

Questa domanda è stata posta nel 2010 ai membri della Edge Foundation, che raccoglie scienziati, filosofi, artisti, manager, giornalisti e altre personalità appartenenti agli ambiti più disparati (tra gli altri – per dare un’idea – Albert-László Barabási, Douglas Coupland, Mihaly Csikszentmihalyi, Richard Dawkins, Brian Eno, Howard Gardner, Marissa Mayer, Tim O’Reilly, Larry Sanger, Nassim Taleb e Ai Weiwei).

Le risposte, come prevedibile, si dispiegano lungo tutta la gamma compresa tra l’entusiasmo e la preoccupazione. È lo stesso anno in cui, del resto, escono da una parte “Cognitive surplus: Creativity and generosity in a connected age” di Clay Shirky e dall’altra “The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains” di Nicholas G. Carr (non a caso sono loro le prime due risposte inserite nel volume).

Presentate con un taglio ottimista o pessimista, le riflessioni vertono però tutte più o meno sugli stessi argomenti:

  • il numero di informazioni disponibili, cresciuto esponenzialmente
  • il cambiamento delle abitudini collegate al reperimento di queste ultime
  • le connessioni sociali, moltiplicate per quantità e per velocità di interazione
  • la soglia di attenzione, modificata dal bombardamento di nuovi stimoli
  • le tecnologie che presto o tardi diventeranno obsolete e le possibilità introdotte da quelle che le sostituiranno

La libertà e l’attendibilità delle informazioni nell’era del World Wide Web

10 Gennaio 2006Articoli, 🇮🇹 Italiano

Quando a metà degli anni Novanta l’estensione del World Wide Web osservò una crescita esponenziale e si estese in egual misura la base di utenti che vi accedevano, apparve subito piuttosto chiaro che con l’aumento delle informazioni disponibili aumentava di pari passo il problema della loro attendibilità.

Nel 1993, data di uscita di NCSA Mosaic (il capostipite dei browser web), i modem avevano raggiunto velocità di 14.400 bit al secondo e prezzi relativamente accessibili, il che era quanto necessario e sufficiente all’apertura definitiva della Rete al grande pubblico (e al suo mercato). La velocità di connessione, la disponibilità di provider, il numero di utenti si incentivarono reciprocamente: a dicembre di quell’anno si contavano già tremila siti web, che sarebbero diventati mezzo milione nel 1996 per raddoppiare l’anno successivo; non si trattò di una semplice crescita, ma di una vera e propria trasformazione: la Rete da prerogativa dei “tecnici” diventava luogo di incontro elettivo fra gli interessi più disparati.

Molti strumenti di allora sono diventati obsoleti (come Gopher) o rimangono confinati ad utilizzi di nicchia (irc, usenet, l’emulazione di terminale); viceversa, alcune innovazioni prodotte nella Rete sono accessibili, ben più che al veterano, proprio all’utente comune, perché ritagliate su misura sulle sue capacità, sulle sue esigenze, sintonizzate con la sua mentalità. Tim Berners Lee, il padre del World Wide Web, ha aperto il suo weblog solo il 12 dicembre del 2005, concludendo il primo post in questo modo: “Così proverò questa faccenda del blog, usando gli strumenti dei blog. Questo per le persone che sostenevano che dovevo proprio averne uno”1. (altro…)

Internet e psicopatologia

1 Settembre 2005Articoli, 🇮🇹 Italiano

Pochi fenomeni hanno subito una crescita esponenziale e vertiginosa come quella che ha caratterizzato Internet negli ultimi dieci-quindici anni. Forse sono ancor meno le innovazioni tecnologiche capaci, a così breve distanza dalla loro diffusione iniziale, di entrare nell’uso comune, di cambiare o condizionare la vita quotidiana del cittadino, financo il suo modo di mettersi in relazione con gli altri. L’evoluzione tecnica del mezzo informatico, inoltre, è talmente rapida che spesso l’analisi di un fenomeno si completa quando il fenomeno stesso si è riadattato, trasformato in altro.

Anche sul fronte psichiatrico si è osservata una serie eterogenea di situazioni cliniche relativamente nuove, che la psichiatria ha fronteggiato con gli strumenti che possedeva. Sono nate così etichette per sindromi da dipendenza da Internet e simili, nel tentativo di incorporare nuovi comportamenti nella nosografia corrente, che è prevalentemente quella, di stampo americano, del DSM-IV.

Per evitare di cadere in uno sterile collezionismo di sindromi “à la DSM” (dipendenza da chat, dipendenza da computer, panico da “disconnessione” etc.) che nulla ci dice su cosa succede effettivamente “là dentro”, non resta che procedere pazientemente con alcune osservazioni di stile fenomenologico, alla vecchia maniera. (altro…)