Thread lungo, spero utile a chiarire alcune cose importanti. Sarò, come sempre su Twitter, intenzionalmente approssimativo per motivi di sintesi e di chiarezza.

In tutti i libri (seri) di filosofia della medicina o di nosografia c’è un capitolo a parte dedicato alla psichiatria. Perché? Perché la psichiatria ha a che fare con malattie dai confini incerti e privi di corrispondenza con una “lesione macroscopica”. La psichiatria è la situazione-limite di un problema più generale (cos’è la salute, cos’è la malattia), che però negli altri ambiti della medicina può essere gestito con una certa approssimazione senza troppi problemi.

Invece, paradossalmente, appena il disturbo diventa “spiegabile” esce dal dominio della psichiatria. Perdita dei freni inibitori per tumore frontale? Neurologo. Farfugliamento, umore disforico, scarsa concentrazione? Non dovevate prendere la terza birra.

Esistono disturbi di vario genere e di varia entità che si configurano come “malattie” psichiatriche. Le più celebri sono le psicosi (schizofrenia, paranoia, mania, depressione endogena etc.). Ma oggi non parlerò di queste. Esiste poi tutta una serie di condizioni in cui la demarcazione fra “sano” e “malato” può essere meno evidente. Se mi lavo le mani cento volte al giorno, probabilmente ho un disturbo ossessivo. Ma dieci? o una volta ogni due settimane? Se non esco mai di casa per paura delle siringhe probabilmente ho un disturbo fobico. Ma se mi dà solo fastidio l’idea? O se non esco per gli scippi, ed effettivamente nella mia zona ce ne sono molti?

Chi decide? Qual è la soglia?

In realtà, non parlerò nemmeno di questa seconda categoria di disturbi (che negli esempi indicati possiamo ricondurre alla sfera nevrotica) perché me ne interessa una terza – che ha a che fare con l’ultima domanda:

Chi decide? e cosa?

Qual è la sostanza del disagio psichico? Per me è data da due elementi:

  1. una diminuzione più o meno evidente della libertà
  2. uno stato di sofferenza o dolore psichico

“Stare male” significa non poter esprimere appieno le proprie qualità, non poter dispiegare le possibilità della propria esistenza in una relazione ragionevolmente armonica con il mondo per via di ansie, umore basso, pensieri negativi, censure, autosabotaggi. Ma anche di relazioni sbagliate, famiglie incasinate, condizioni di lavoro stressanti, coazione a ripetere certi errori, situazioni di abuso, esperienze nuove. Il malessere – come l’esistenza – è sempre il prodotto di un incontro/scontro tra la nostra soggettività e il mondo. Può esserci un sintomo evidente (fobico, ossessivo etc.) o meno evidente (insonnia, ansia, umore basso, disturbi neurovegetativi, etc.). Il “sintomo” non è però una “malattia”: il sintomo “indica” qualcosa e, per “curare”, bisogna rivolgersi a quel qualcosa.

Chiunque, al di là di una malattia o addirittura di un sintomo, può provare per un periodo della propria vita una condizione di sofferenza psichica. Questo non lo rende malato, così come non essere in questa condizione non ci rende automaticamente sani.

A questo punto può essere utile o necessario farsi dare una mano. Siamo qui su un versante più psicoterapeutico che squisitamente psichiatrico, secondo le interpretazioni – anche se per me ogni atto psichiatrico è intrinsecamente psicoterapeutico. Il che vuol dire anche che per un certo periodo potremmo dover decidere se prendere o meno dei farmaci. Il farmaco deve aiutarci a reimpossessarci delle nostre capacità perse. A restituirci la nostra libertà. Il senso di una terapia farmacologica è questo.

Un esempio che ho fatto un paio di volte è: “Lei deve attraversare un deserto sassoso, io le sto dando delle scarpe. Può farlo senza, ma non vedo perché non usarle. Tanto la strada non sarà per questo più breve né la farà mai nessuno al posto suo.”

Avere bisogno di un supporto (psicoterapeutico e/o farmacologico) non è motivo di vergogna. È il segno di un incastro in cui ci siamo trovati e dal quale non riusciamo a tirarci fuori da soli. Ciò che è innaturale è pensare di doversela cavare sempre da soli, non il contrario. Guardarsi allo specchio e dirsi: “No, senza una mano non ce la faccio” è anzi segno – spesso – di un percorso interiore che è già iniziato nell’ombra. (Nota: le donne in questo sono molto più brave degli uomini)

Viviamo in una società già abbastanza patogena, fatta di urla, prevaricazione – spesso prima psicologica che fisica – falsi modelli di perfezione, spinta al “dover essere se stessi” senza che si sappia neanche bene cosa essere se stessi voglia dire. Dovremmo imparare a vivere meglio con le nostre vulnerabilità (e col concetto stesso di vulnerabilità – anche nell’altro) e ad accettarle come parte della natura umana, di quello che siamo, della vita stessa. Siamo imperfetti “by design”.


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