Di questa pandemia, mi preoccupa poco l’orda di stupidi che pensa che il COVID sia un complotto dei marziani per controllare l’economia col 5G. Sono più allarmato dall’atteggiamento degli “intellettuali”.

Con “intellettuale” intendo quelle persone che, dotate di competenze e – si spera – di sufficienti strumenti intellettivi, dovrebbero spiegare e possibilmente aiutare a governare certi processi storici. Istituzionalmente o, nel loro piccolo, come cittadini. Gli scambi più frustranti – quasi angoscianti – li ho avuti con questi ultimi. La cosa non mi lascia affatto tranquillo. Non mi piace quello che vedo:

  1. Non si conferiscono patenti di attendibilità sulla sola base di indici o titoli. Non tutto è sempre misurabile.
  2. Non si può ridurre l’interpretazione di un evento complesso alla sola disciplina che si conosce e ai suoi strumenti. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…”
  3. Più si sa, più ci si dovrebbe render conto di non sapere.
  4. Sono scandalizzato dalla difficoltà di alcuni a definire i termini di una discussione prima ancora del suo contenuto, a capire un’affermazione prima di criticarla, a dimostrare un argomento senza cadere nei punti 1-2-3.
  5. In un mondo scientifico così polarizzato verso la specializzazione, non serve solo la competenza nel proprio ramo: serve la capacità di recuperare visioni sintetiche, d’insieme. E questo non è più possibile senza interdisciplinarietà o almeno elasticità mentale.
  6. Il bisogno compulsivo di riportare un fenomeno a un insieme circoscritto di cause semplici senza la capacità di dire “non lo so”.
  7. L’incapacità di gestire l’incompletezza dei dati e, come soluzione, la decisione di di ignorarla ricorrendo a semplificazioni inaccettabili.
  8. Il disprezzo per l’intelligenza umana nel suo senso più nobile, ovvero quello di subentrare a tale incompletezza con intuizione, capacità associativa, anche arbitrio, per prendere decisioni ponderate e responsabili laddove i fatti non siano da soli sufficienti a dare certezze.
  9. L’incapacità quindi di governare fenomeni di cui sfugge la portata perché non si ha il coraggio di dire: “non sapendo che succede, questa è la cosa migliore che possiamo fare” (e affrontare la critica di chi poi sosterrà che si doveva fare altrimenti).

Non mi sorprende a questo punto la risposta molto deludente dell’apparato, della tecnostruttura, dell’accademia, degli organismi internazionali – tutte istanze da cui mi aspettavo qualcosa di più rispetto alla politica.

Il mondo “intellettuale” non sta dando, insomma, un grande esempio. Inutile discutere su cosa pensiamo, se non siamo più capaci di pensare.

P. S. – Forse un esamino obbligatorio di filosofia della scienza nelle facoltà scientifiche sarebbe opportuno


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