Quando l’io diventa sovrano

29 Giugno 2019Osservatore Romano, 🇮🇹 Italiano

Il dibattito intorno ad alcuni temi si è fatto recentemente molto acceso. Le posizioni tradizionali — Dio e Cesare, diritti e doveri, conservatori e progressisti — si trovano sempre più polarizzate l’una contro l’altra. Il conflitto si radicalizza e soffoca gli spazi di dialogo. Che i conflitti possano estremizzarsi non deve certo sorprendere; leggendo la contemporaneità secondo le categorie consuete rischiamo però di trascurare alcuni elementi nuovi.

Da un lato sono venute meno le grandi impalcature ideologiche che davano una forma coesa, orientata, condivisa anche al disagio sociale e al dissenso. Dall’altro, l’influenza dei nuovi media ha dato al singolo individuo uno straordinario (ma totalmente deresponsabilizzato) strumento di amplificazione della propria voce. Oggi si può interloquire (o, meglio, sentire di star interloquendo) direttamente con alti funzionari, celebrità, personalità di ogni genere. Ogni tweet, ogni status, ogni post, in virtù di una possibile viralità, assurge alla dimensione fantastica di un annuncio Urbi et Orbi.

In questo panorama sembra emergere una sorta di insurrezione in tre grandi aree: l’area della politica, ovvero il mondo del fare; l’area della scienza, ovvero il mondo del sapere; l’area della religione, ovvero il mondo del credere. Le popolazioni di queste tre aree di dissenso — non è un caso — presentano larghe sovrapposizioni.

I punti di riferimento di una volta (il rappresentante delle istituzioni, lo scienziato, lo stesso Pontefice) vengono aggrediti con sorprendente virulenza; non già per ciò che sostengono, bensì per ciò che rappresentano: l’esistenza stessa di un’autorevolezza, di un’istanza altra che pone limiti all’espansione sempre più autoreferenziale di un “io” individuale. La cifra inquietante di questo conflitto non è quindi la sua intensità né ha a che fare con le posizioni sostenute. La dialettica non è più fra due collettività: è piuttosto fra l’individuale e il collettivo. (altro…)

Vivere poeticamente, vivere realmente

1 Ottobre 2008🇮🇹 Italiano

La poesia può essere facilmente e banalmente identificata con una mera espressione degli stati d’animo del poeta, quasi che si tratti di un lavoro di introspezione cui segue la ricerca di una forma sufficientemente suggestiva da trasmettere questi contenuti introspettivi in modo efficace.

Molti poeti in erba affrontano la pagina innanzitutto a scopo “liberatorio”, per appagare un bisogno di trasmettere e condividere ciò che altrimenti rimarrebbe confinato all’interno della propria dimensione interna; è facile però che questo si riduca ad uno sbrodolamento autoreferenziale che si esaurisce nel momento stesso in cui si compie. L’esperienza della mailing list di BombaCarta, in cui ciclicamente si propongono dinamiche del genere, insegna che questo è un atteggiamento frequente, a volte quasi estremo, monologante. Più è radicale, più è difficile per l’autore sopportare la frustrazione di non essere capito o accolto. Criticare l’opera equivale in quel caso a criticare la persona stessa dell’autore, dal momento che questi la porta come rappresentazione piena e spontanea di sé. La frustrazione maggiore sembra legata allo stupore nel vedere che pochi versi che appaiono a chi li abbia scritti così pieni di emozione, senso, valore, risultino al lettore invece privi di interesse o di significato, se non addirittura fastidiosi. Tutto ciò non è un fatto negativo (anzi! direi che è un passaggio quasi inevitabile), purché apra un nuovo orizzonte in cui la parola poetica non debba semplicemente “espellere” un contenuto emotivo, ma lo debba anche realmente condividere e trasmettere (e ciò presuppone la relazione con un ascoltatore). In questo senso, una mailing list come quella di BombaCarta diventa uno strumento di crescita personale, ben oltre il valore “tecnico” dei suggerimenti che possano esprimersi nelle varie discussioni. (altro…)

Internet e psicopatologia

1 Settembre 2005🇮🇹 Italiano

Pochi fenomeni hanno subito una crescita esponenziale e vertiginosa come quella che ha caratterizzato Internet negli ultimi dieci-quindici anni. Forse sono ancor meno le innovazioni tecnologiche capaci, a così breve distanza dalla loro diffusione iniziale, di entrare nell’uso comune, di cambiare o condizionare la vita quotidiana del cittadino, financo il suo modo di mettersi in relazione con gli altri. L’evoluzione tecnica del mezzo informatico, inoltre, è talmente rapida che spesso l’analisi di un fenomeno si completa quando il fenomeno stesso si è riadattato, trasformato in altro.

Anche sul fronte psichiatrico si è osservata una serie eterogenea di situazioni cliniche relativamente nuove, che la psichiatria ha fronteggiato con gli strumenti che possedeva. Sono nate così etichette per sindromi da dipendenza da Internet e simili, nel tentativo di incorporare nuovi comportamenti nella nosografia corrente, che è prevalentemente quella, di stampo americano, del DSM-IV.

Per evitare di cadere in uno sterile collezionismo di sindromi “à la DSM” (dipendenza da chat, dipendenza da computer, panico da “disconnessione” etc.) che nulla ci dice su cosa succede effettivamente “là dentro”, non resta che procedere pazientemente con alcune osservazioni di stile fenomenologico, alla vecchia maniera. (altro…)

La depressione in alcune personalità anancastiche: la frattura del “Mondo-a-una-dimensione”

1 Ottobre 2001🇮🇹 Italiano

G. ha venticinque anni, sta per laurearsi, ha sempre avuto un ottimo rendimento scolastico, non ha mai dato dispiaceri ai genitori; ha avuto una sola relazione affettiva importante, durata diversi anni. V. ne ha trentanove, ha una storia familiare tormentata, ma è riuscito in qualche modo a costruirsi una vita e ad impegnarsi con efficienza nel lavoro fino a raggiungere un posto di responsabilità. F. ha quarantotto anni, la famiglia d’origine segnata da numerosi lutti, è felicemente sposata ed ha un figlio. È considerata da tutti solare ed energica.

G., V. ed F., improvvisamente, si deprimono.

Tre persone, tre storie, tre biografie disomogenee per età, esperienze e circostanze si incontrano nella disavventura della depressione, una depressione che assume i caratteri dell’inaspettato, dell’imprevedibile, del profondamente dissonante rispetto alla personalità che l’ha preceduta. Anche l’anamnesi più superficiale – che anzi in casi di questo genere si dimostra estremamente semplice da approfondire – non tarderà a rivelarci fattori favorenti o scatenanti per offrirci un’agevole diagnosi.

Ma, ad un esame accurato, si cominciano a cogliere delle ricorrenze, delle affinità che trascendono la bruta analogia del sintomo e ci dischiudono una soglia oltre la quale queste diverse biografie si trasfigurano in tre simili esistenze.

Se il primo di questi caratteri comuni – la modalità “inattesa” dell’esordio – è stato già descritto, subito se ne manifesta un secondo: quello che questi pazienti vivono non è semplicemente uno svuotamento di senso, quanto piuttosto uno spaesamento, una perplessità proprio rispetto alla perdita del senso. La depressione, puro accidens, aliena cesura lungo una vita altrimenti armoniosa e sana – pur cessati gli effetti dell’evento scatenante – incomprensibilmente non abbandona più l’essere – mortificato – della persona.

La pienezza della vita di prima, il suo “bastare a se stessa”, non sono semplicemente scomparsi: sono piuttosto divenuti ombre, simulacri, risibili e grotteschi nel ricordo.

Il paziente è sorpreso dalla propria incapacità di recupero: gli resta un non-essere, un non-senso, un “non” che in quanto tale non si lascia cogliere e quindi combattere. E con l’ineffabilità del proprio nemico, egli per la prima volta esperisce la sensazione di essere disarmato; non vive quindi solo un momentaneo stato di incapacità, ma si trova di fronte il segno della possibilità della caduta, la scoperta che esista qualcosa contro cui non ha strumenti di difesa.

In sostanza, il paziente si trova privato di una delle sue primarie necessità: il controllo. In base all’esercizio del controllo – controllo delle circostanze pratiche, della propria emotività, delle relazioni – egli ha sempre organizzato la propria vita, giungendo a sovrapporre il mantenimento dell’omeostasi perfino con il proprio metro etico: è buono ciò che non compromette la relazione, ciò che non turba l’emotività, ciò che non produce un abbandono. La strategia attraverso cui mantenere l’omeostasi viene appresa in fretta e si rivela ben funzionante, tanto da assumere la dignità di una vera e propria dimensione esistenziale, che promette di non fallire mai.

Stona quasi, in questi pazienti, la dissonanza fra un’intelligenza talora brillante ed una sensibilità per alcuni versi fuori dal comune, accompagnate da una introspezione molto parziale – cosa che immaginiamo essere il prodotto di questo lungo esercizio.

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