A farewell to the Sandvox community

29 Maggio 2016🇬🇧 English

Between 2009 and 2016 I developed themes for Sandvox, a web authoring app from Karelia Software. This was my last post from the original BehindTheRabbit website.

Dear BtR customer,
Dear Sandvox user,
Dear surfer of the Interwebs,

BehindTheRabbit will be closing soon. It took some time to take this decision and to plan a way to leave the business which is fair to all my current customers and to the Sandvox community.

Seven years ago I started this adventure more as an hobby than as a job. As soon as I started selling designs though, I tried to keep a professional approach even if my “real”, full-time job was completely different. According to the amazingly kind feedback I received in all these years, I think I succeded. (altro…)

Measles, the Internet, and the process of believing

15 Marzo 2014🇬🇧 English

An increase in measles cases in western countries is not recent news: a localized spread of measles has been already reported in the USA and in the UK in the last year. Yesterday though, a similar event received an unprecedent coverage by different kind of sources and, among them, also tech-related websites (Daring Fireball, Gizmodo…); I was surprised to see that these websites thought this was relevant news even if it isn’t strictly their main topic.

The fact is that, this time, the location is NYC. As long as things like this happen among rural and isolated communities or distant countries we are allowed to think that it’s kind of a “local” issue. NYC is instead a high density population area, a crossroad to loads of visitors, tourists, travellers, a city so important both in reality and in our imaginarium that what happens there hits us as it was a global problem. Well, as a matter of fact it is.

The first reaction of online press was to raise a warning about the dangers of measles, the consequences of lack of vaccination both on single people and communities, the lack of evidence in the now common belief that vaccines are dangerous. It’s kind of an “anti-anti-vaccine” campaign and I expect shortly a response in communities supporting the opposite faction to strongly reassess their point. Unfortunately, we will be less aware of this reaction, as many of us are still unaware of the influence these communities have had in the recent years, leading in the end to what we see now.

John Gruber asks:

“Is this anti-vaccination movement just a U.S. thing, or is it spreading in other countries too?”

I can speak for Italy and UK: yes, it’s spreading to other countries too. Specifically about Italy, what really worries me is that the average age of people strongly convinced that vaccines are harmful is relatively low: it’s people having their first child right now or that are going to have one in the next ten years. So, the basis for a measles comeback is already set and strong, but effects will be visible at a later date.

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Le potenzialità della caduta

20 Febbraio 2010🇮🇹 Italiano

Durante le riprese di un film (siamo negli anni Venti) lo stuntman Ray cade e si rompe la schiena: non sa se potrà camminare di nuovo, ma il suo vero cruccio è che la fidanzata gli ha preferito l’attore protagonista. Alexandria, una bambina immigrata con un braccio fratturato, è ricoverata nello stesso ospedale e, cercando di recuperare un biglietto destinato ad un’infermiera e scivolato invece nella stanza di Roy grazie ad un colpo di vento, incontra il suo malinconico compagno di degenza.

Inizia così “The Fall”, film di Tarsem Singh, durante il quale Roy ed Alexandria costruiscono insieme una storia a puntate che dalle parole di Roy prende forma nelle vivide, suggestive immagini create dalla fantasia della bambina. Ma per ogni puntata Roy chiede in pegno che Alexandria rubi per lui della morfina: Roy vuol farla finita perché la sua vita di stuntman e di uomo è arrivata al termine.

Si cade e si ricade, in questo film: già caduti nel corpo i due protagonisti prima che lo stesso film abbia inizio (almeno un’altra seguirà), ma caduto Roy soprattutto nello spirito: non percepisce più i piedi, ma nemmeno percepisce un motivo per continuare a vivere. Il mondo di Roy è coartato in una striscia sottile in cui c’è spazio solo per un lucido, pervicace desiderio di morte. Null’altro ha più senso, eppure tutto è chiaro: cosa fare, come farlo. Poco sembra importare che, pur in questa striscia sottile, l’immaginazione dei due protagonisti si dilati in storie epiche e fantastiche (che il regista rappresenta con spettacolare capacità visionaria).

Roy rappresenta in questo discorso il protagonista caduto che non può far altro se non cantare la propria caduta, un personaggio che frequentemente incontriamo in arte (e nella vita), cui voglio affiancare un secondo paradigma.

Quando si parla di fallimento, è difficile non fare riferimento al discorso tenuto nel 2005 da un uomo di grande successo, quello Steve Jobs prima semisconosciuto al grande pubblico ed ora ricordato in continuazione come il salvatore della Apple, il creatore della Pixar di Toy Story e la mente e la mano dietro l’iPod e l’iPhone. Jobs, fondatore della stessa Apple insieme a Steve Wozniak nel 1977, viene licenziato dalla sua stessa azienda poco dopo il lancio del suo prodotto più famoso, il Macintosh (creatura peraltro dello stesso Jobs). Geniale ma umorale, raggiunta la vetta Jobs rotola a valle e si ritrova privato di quello che aveva coinciso con il senso della propria vita per oltre i dieci anni precedenti.

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Vivere poeticamente, vivere realmente

1 Ottobre 2008Pubblicazioni, 🇮🇹 Italiano

La poesia può essere facilmente e banalmente identificata con una mera espressione degli stati d’animo del poeta, quasi che si tratti di un lavoro di introspezione cui segue la ricerca di una forma sufficientemente suggestiva da trasmettere questi contenuti introspettivi in modo efficace.

Molti poeti in erba affrontano la pagina innanzitutto a scopo “liberatorio”, per appagare un bisogno di trasmettere e condividere ciò che altrimenti rimarrebbe confinato all’interno della propria dimensione interna; è facile però che questo si riduca ad uno sbrodolamento autoreferenziale che si esaurisce nel momento stesso in cui si compie. L’esperienza della mailing list di BombaCarta, in cui ciclicamente si propongono dinamiche del genere, insegna che questo è un atteggiamento frequente, a volte quasi estremo, monologante. Più è radicale, più è difficile per l’autore sopportare la frustrazione di non essere capito o accolto. Criticare l’opera equivale in quel caso a criticare la persona stessa dell’autore, dal momento che questi la porta come rappresentazione piena e spontanea di sé. La frustrazione maggiore sembra legata allo stupore nel vedere che pochi versi che appaiono a chi li abbia scritti così pieni di emozione, senso, valore, risultino al lettore invece privi di interesse o di significato, se non addirittura fastidiosi. Tutto ciò non è un fatto negativo (anzi! direi che è un passaggio quasi inevitabile), purché apra un nuovo orizzonte in cui la parola poetica non debba semplicemente “espellere” un contenuto emotivo, ma lo debba anche realmente condividere e trasmettere (e ciò presuppone la relazione con un ascoltatore). In questo senso, una mailing list come quella di BombaCarta diventa uno strumento di crescita personale, ben oltre il valore “tecnico” dei suggerimenti che possano esprimersi nelle varie discussioni. (altro…)

La funzione psichiatrica del Cammino

1 Dicembre 2007Pubblicazioni, 🇮🇹 Italiano

Le pratiche riabilitative maggiormente utilizzate al giorno d’oggi hanno le forme e le applicazioni più varie, ma condividono quasi sempre una definizione piuttosto accurata di alcune variabili fondamentali: il setting (in particolar modo i tempi ed i luoghi del lavoro); i ruoli dei terapeuti e dei riabilitatori, chiaramente distinti dagli utenti; i processi operativi, spesso predeterminati e standardizzati; la realizzazione di un prodotto che, se previsto, rappresenti efficacemente il lavoro svolto sia sul piano del risultato concreto che su un piano simbolico. La corretta definizione di queste variabili rende il lavoro con il gruppo dei pazienti più agevole e aiuta a quantificare i progressi e ad interpretare correttamente le difficoltà che possono insorgere di volta in volta. L’utilizzo del Cammino come esperienza riabilitativa pone una serie di questioni proprio per la apparente indeterminatezza di questi aspetti e merita dunque alcune considerazioni specifiche.

Per sua stessa definizione, il Cammino scompagina l’ordine naturale di setting, ruoli, processi e prodotti come siamo abituati ad immaginarli, potendo dare l’erronea impressione che non esistano oppure che siano fuori controllo. Essi invece esistono e incidono in modo determinante: solo comprendendone la peculiare espressione è possibile utilizzarli al pieno delle loro possibilità le quali, in questo modo, possono risultare addirittura amplificate rispetto alle pratiche più tradizionali.

Farò riferimento in questa sede al lavoro con un gruppo di utenti generici: in primo luogo, il discorso si può applicare indifferentemente a pazienti psichiatrici cronici, a persone con disabilità fisica, a tossicodipendenti, a minori, così come a qualunque altra forma del disagio, giacché esso è sostanzialmente indipendente dalla natura specifica del sintomo; in secondo luogo, verrà considerato il gruppo e la complessità di cui è naturalmente latore come parte integrante (e portante) del lavoro stesso.

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La narrazione come esperienza di trasformazione

1 Ottobre 2007Pubblicazioni, 🇮🇹 Italiano

Il mondo della psichiatria è apparentemente molto distante da quello della letteratura nel quale mi trovo volentieri, in questa sede, ospite. Nel portare il mio specifico, cercherò di dimostrare invece come alcuni ragionamenti si applichino indifferentemente ad entrambe le esperienze, perché hanno a che fare con la stessa natura umana. Parlando dell’una, posso quindi parlare automaticamente anche dell’altra. Data la vastità del tema, dovrò far ricorso per motivi di spazio e di comprensibilità ad una certa semplificazione sul piano teorico; inoltre, non potendo essere esaustivo, mi limiterò a solo a qualche considerazione.

Quando parliamo in ambito clinico di “narrazione”, non possiamo non pensare innanzitutto ad una tecnica terapeutica che sulla relazione verbale ha costituito il fondamento stesso della propria esistenza: la psicoanalisi. Dobbiamo a Freud l’elaborazione della teoria psicoanalitica: quest’ultima non nasce però dal nulla, al contrario si impianta su un filone di pensiero che già dalla prima metà dell’Ottocento aveva progressivamente formulato il concetto di “inconscio” così come lo intendiamo oggi. Già altri prima di Freud hanno quindi avanzato l’ipotesi che una parte della nostra anima, della nostra psiche, non ci sia immediatamente presente. Questo concetto, oggi quasi banale, era in realtà molto difficile da accettare in un’epoca pervasa di un positivismo per cui il vero deve corrispondere sempre al verificabile; si tratta quindi di una piccola rivoluzione, anche perché per la prima volta sostenuta da argomentazioni via via sempre più scientifiche. Freud ha il merito di essere il primo ad organizzare il tutto in una teoria sistematica, tale da tracciare anche linee terapeutiche empiricamente efficaci. (altro…)

La libertà e l’attendibilità delle informazioni nell’era del World Wide Web

10 Gennaio 2006Articoli, 🇮🇹 Italiano

Quando a metà degli anni Novanta l’estensione del World Wide Web osservò una crescita esponenziale e si estese in egual misura la base di utenti che vi accedevano, apparve subito piuttosto chiaro che con l’aumento delle informazioni disponibili aumentava di pari passo il problema della loro attendibilità.

Nel 1993, data di uscita di NCSA Mosaic (il capostipite dei browser web), i modem avevano raggiunto velocità di 14.400 bit al secondo e prezzi relativamente accessibili, il che era quanto necessario e sufficiente all’apertura definitiva della Rete al grande pubblico (e al suo mercato). La velocità di connessione, la disponibilità di provider, il numero di utenti si incentivarono reciprocamente: a dicembre di quell’anno si contavano già tremila siti web, che sarebbero diventati mezzo milione nel 1996 per raddoppiare l’anno successivo; non si trattò di una semplice crescita, ma di una vera e propria trasformazione: la Rete da prerogativa dei “tecnici” diventava luogo di incontro elettivo fra gli interessi più disparati.

Molti strumenti di allora sono diventati obsoleti (come Gopher) o rimangono confinati ad utilizzi di nicchia (irc, usenet, l’emulazione di terminale); viceversa, alcune innovazioni prodotte nella Rete sono accessibili, ben più che al veterano, proprio all’utente comune, perché ritagliate su misura sulle sue capacità, sulle sue esigenze, sintonizzate con la sua mentalità. Tim Berners Lee, il padre del World Wide Web, ha aperto il suo weblog solo il 12 dicembre del 2005, concludendo il primo post in questo modo: “Così proverò questa faccenda del blog, usando gli strumenti dei blog. Questo per le persone che sostenevano che dovevo proprio averne uno”1. (altro…)

Psichiatria e media

1 Novembre 2005Articoli, 🇮🇹 Italiano

“Depressione” è un termine ormai di uso corrente, tanto corrente quanto impreciso è diventato il suo alone semantico. Un “googling” improvvisato e privo di ogni presunzione sociologica ci permette di trovare oltre tre milioni di pagine web in italiano che contengono la parola “depressione”, contro un milione e settecentomila che contengono “tristezza” (la prima dell’elenco, neanche a farlo apposta, riporta: “la depressione come forma della tristezza” – e ci risiamo). Come detto, questa indagine svolta dal salotto di casa non dimostra nulla; eppure, tornano i conti con la sensazione diffusa che nessuno si senta più banalmente triste, quando ha la possibilità di definirsi depresso.

Se fino a trent’anni fa chiedevamo conto ai poeti della nostra tristezza, oggi devono risponderci gli psichiatri, i quali generosamente non si sottraggono alla domanda e ci illustrano da trasmissioni, libri e rubriche cosa la depressione sia e come liberarcene. Lodevole il tentativo di rasserenare gli animi inquieti della società, però urge anche una riflessione sui rapporti fra società civile, mezzi di comunicazione e tematiche psicologiche. Queste ultime hanno infatti una presa formidabile sull’immaginario collettivo e, nel momento in cui propongono chiavi di lettura (seppur con le migliori intenzioni) non si può ignorare che lavorino anche come suggestioni potentissime e – se non ben identificate – in gran parte inconsce. (altro…)

Internet e psicopatologia

1 Settembre 2005Articoli, 🇮🇹 Italiano

Pochi fenomeni hanno subito una crescita esponenziale e vertiginosa come quella che ha caratterizzato Internet negli ultimi dieci-quindici anni. Forse sono ancor meno le innovazioni tecnologiche capaci, a così breve distanza dalla loro diffusione iniziale, di entrare nell’uso comune, di cambiare o condizionare la vita quotidiana del cittadino, financo il suo modo di mettersi in relazione con gli altri. L’evoluzione tecnica del mezzo informatico, inoltre, è talmente rapida che spesso l’analisi di un fenomeno si completa quando il fenomeno stesso si è riadattato, trasformato in altro.

Anche sul fronte psichiatrico si è osservata una serie eterogenea di situazioni cliniche relativamente nuove, che la psichiatria ha fronteggiato con gli strumenti che possedeva. Sono nate così etichette per sindromi da dipendenza da Internet e simili, nel tentativo di incorporare nuovi comportamenti nella nosografia corrente, che è prevalentemente quella, di stampo americano, del DSM-IV.

Per evitare di cadere in uno sterile collezionismo di sindromi “à la DSM” (dipendenza da chat, dipendenza da computer, panico da “disconnessione” etc.) che nulla ci dice su cosa succede effettivamente “là dentro”, non resta che procedere pazientemente con alcune osservazioni di stile fenomenologico, alla vecchia maniera. (altro…)

11 – Conclusioni e bibliografia

1 Ottobre 2004Nevrosi e Persona, 🇮🇹 Italiano

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Epidemiologia

I costi sociali di questa condizione sono considerevoli. Lo è tanto il peso indotto (sono persone che non producono) quanto quello indiretto (pesano sulla famiglia), ma dall’esordio in poi diventano enormi anche le spese vive: il più delle volte questi pazienti seguono una lunga psicoterapia (minimo due anni) e trattamenti psicofarmacologici costanti (non meno di un anno, usualmente a base di generose dosi di serotoninergici e benzodiazepine). Il disturbo, per quanto clinicamente lieve o compensato, grava per migliaia di euro l’anno sulle spalle del paziente o dello Stato; cionondimeno, comparirà difficilmente in statistiche o in voci di bilancio ufficiali perché è di difficilissima quantificazione: dapprima, perché è inquantificabile una mancata risorsa; dopo l’esordio, perché questi pazienti più raramente degli altri ricorrono al servizio pubblico non trovandovi il setting adatto. La involontaria capacità del paziente di sfuggire alle statistiche è peraltro un altro fatto non contingente: si tratta spesso di persone relativamente benestanti o comunque poco inclini a rivolgersi ad ambulatori pubblici (dove, comunque, la capacità di offrire psicoterapie analitiche a lungo termine è obiettivamente insufficiente) e capaci se necessario di affrontare le spese farmacologiche senza la puntuale prescrizione dello specialista pubblico. La prognosi del disturbo non trattato o rientrato in una fase di compenso, infine, è (almeno ipoteticamente) severa quoad functionem, visto che è prevedibile una ricaduta al successivo life-event. Parliamo quindi — mi si passi la metafora — di una massa oscura che nessuno vede al telescopio, ma dagli imponenti effetti gravitazionali.

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