Ancora sugli “stressors”

30 Settembre 2021Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Vedo molto parlare di effetti psicologici di questo o di quello. Bene. Però le soluzioni sembrano orientate all’eliminazione delle fonti di “stress”. Allora ho fatto un disegnino (molto grossolano).

A seconda del sistema di riferimento personale, familiare, culturale, sociale etc., tecnicamente ogni evento (esterno o interno) può essere uno “stressor”. O non esserlo.

Se certi eventi lo sono quasi universalmente (es., un lutto), per altri conta la risonanza che diamo loro.

Per evitare effetti dannosi per la salute mentale, forse non occorre tanto l’eliminazione di ogni cosa che ci crei ansia, quanto un’educazione che ci consenta di discernere in maniera più congrua ciò che “ci fa male” e di affrontarlo in maniera meno ansiosa e più costruttiva (ne avevo parlato tempo fa qui).

“Ah, Cindy Sondheim, you should have lived in an earlier age. Things were simpler, less complicated. Do you know how many women had nervous breakdowns in the fourteenth century? Two.”

Thread originale

La perdita della credibilità

21 Agosto 2021Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Voglio provare a rispondere a questo stimolo. Sarò ridicolmente approssimativo per questioni di spazio.

Fino a prova contraria, non possiamo credere che il genere umano si sia rincretinito biologicamente negli ultimi 50 anni. Dobbiamo quindi pensare che si tratti di una questione di cultura, di contesto e di dinamiche sociali.

1) Il più evidente cambiamento tra XX e XXI secolo è, IMHO, il crollo dei contenitori ideologici che hanno assorbito, irregimentato, a loro modo educato e organizzato molte forme di dialettica inclusi il dissenso e lo spaesamento. L’ideale del Partito (a prescindere dal colore politico) è stato a lungo semplice abbastanza da essere comprensibile a persone poco abituate a ragionare e altresì complesso abbastanza da garantire un’articolata struttura di pensiero e confronto intellettuale.

Il crollo delle ideologie ha reso orfani tanto i primi (il cui Io fragile si dilata oggi in naricisistiche e arroganti presunzioni di infallibilità basate sulla “chiacchiera” del Web, vedi sotto) quanto i secondi, i cosiddetti intellettuali, del resto mai particolarmente abbondanti in Italia, che per mantenere il gusto della propria superiorità non sanno far altro che sbuffare, additare l’errore, alzare gli occhi al cielo, senza degnarci mai di una pars construens.

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Covid e Igiene Mentale

12 Agosto 2021Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Parliamo di Covid e Salute Mentale (visto che se ne parla molto, ma se ne dice, in realtà, poco). Come sempre con le inevitabili approssimazioni di un thread su Twitter.

Mi riferisco qui alle implicazioni su larga scala: non quindi agli effetti diretti del Covid sul SNC ma solo a quelli indiretti dovuti alle situazioni quotidiane, sociali, psicologiche, antropologiche, mediatiche cui siamo tutti più o meno sottoposti.

È difficile avere numeri esatti (anche se qualcosa arriva), ma ci interessa poco la contabilità: la generale percezione è che la pandemia abbia aumentato il “bilancio netto”, per dirla brutalmente, di molte manifestazioni psicopatologiche (nota a margine: parlo di “bilancio netto” perché l’isolamento sociale, il telelavoro etc. hanno prodotto in un numero rilevante di persone una condizione di maggiore benessere, il che dovrebbe farci anche riflettere – ma è altro tema e non divago).

Annosa questione è la mancanza di risorse per la psichiatria territoriale: in termini economici, di personale, ma soprattutto di tipologia di risposta, essendo la psicoterapia gravemente sottorappresentata rispetto alle attuali necessità. Questo ragionamento, seppur corretto, lavora però su un piano di intervento terapeutico, mentre il termine forse un po’ desueto di “Igiene Mentale” prevede come non meno importanti gli aspetti di prevenzione (non solo secondaria e terziaria: anche primaria).

Prevenzione “primaria” vuol dire lavorare su un ambiente per eliminare i fattori di rischio prima che essi possano incidere sullo sviluppo di una malattia (molto sinteticamente: quella secondaria è la diagnosi precoce e quella terziaria è la riabilitazione).

Ora, mentre per le altre due si lavora su un individuo, per la prima si lavora su un ambiente e in assenza di una malattia. È un lavoro di previsione, un gioco di anticipo.

In medicina generale gli effetti sono misurabili (es: lotta al fumo → cancro al polmone). In psichiatria invece tutto è più fumoso, soprattutto quando dalla sfera francamente patologica ci spostiamo verso quella psicopatologia della vita quotidiana di stampo più nevrotico che riguarda molta più gente e che ha costi sociali elevati ma sommersi.

Il che ci porta a domandarci: come intervenire psichiatricamente, allora?

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Gesti simbolici

22 Giugno 2021Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Alle Olimpiadi del 1968 gli atleti Smith e Carlos (medaglie d’oro e di bronzo per i 200m) sollevano il pugno chiuso avvolto in un guanto nero. Sul terzo uomo, l’australiano Peter Norman, c’è molta confusione. L’apparente non-partecipazione di Norman alla protesta ha troppo spesso gettato su di lui una cattiva luce. Avrebbe dovuto alzare anche lui, bianco, il pugno? E non farlo lo rende automaticamente contrario al gesto?

Meno nota la storia dietro le quinte: mentre si avviano al podio, Smith e Carlos discutono su come si possa esprimere un gesto politico una volta arrivati lì. Solo Smith ha i guanti, Carlos li ha dimenticati. È Norman a suggerire di usare un guanto ciascuno. Chiede anche come loro preferiscano che lui partecipi alla protesta. Gli propongono di indossare il badge dell’Olympic Project for Human Rights (cosa che fa, come testimonia la foto).

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Come risolvere gli enigmi

6 Novembre 2020🇮🇹 Italiano

Nella primavera del 1999 si stava per completare l’ultimo tassello del rinnovo totale dei prodotti Apple voluto da Steve Jobs: l’anno precedente era uscito l’iMac, rivoluzionario sia per architettura (un taglio netto col passato) che per forma (un’inaspettata combinazione di plastica bianca, colorata e trasparente in un formato “all in one”); la linea professionale era già stata riorganizzata con un portatile e un desktop, anche quest’ultimo profondamente rinnovato nella forma; mancava all’appello solo un portatile economico.

Dopo lo shock dell’iMac, utenti e commentatori non sapevano veramente cosa aspettarsi. La segretezza dei progetti di Apple era impenetrabile e la più piccola indiscrezione dava vita a congetture raffinatissime. Su quello che poche settimane dopo si sarebbe rivelato essere il primo iBook iniziò a circolare una voce singolare: un alimentatore “a yo-yo”.

Ma a cosa poteva servire un alimentatore a yo-yo? Doveva trattarsi, evidentemente, di un colpo di genio, di una soluzione avveniristica, inaspettata. Iniziarono le speculazioni e si convenne a un certo punto che non poteva che trattarsi di un meccanismo manuale di ricarica: un congegno, insomma, a manovella. Ecco il coniglio che Jobs aveva nel cilindro: un portatile a totale indipendenza energetica.

Ebbene, l’alimentatore a yo-yo altro non era che un trasformatore a forma di disco, provvisto di una scanalatura entro cui avvolgere il cavo senza farlo imbrogliare. Per sciogliere il mistero, la fantasia dei commentatori si era inoltrata così in là da cercare problemi che gli corrispondessero, problemi che in realtà non esistevano nemmeno. La soluzione dello yo-yo era – pur nella sua eleganza – molto semplice, concreta, quasi pedestre.

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Un mondo terribilmente complicato

11 Ottobre 2020🇮🇹 Italiano

“Ah, Cindy Sondheim, saresti dovuta nascere in un’altra epoca”, commenta nostalgico l’improbabile Conte Dracula di Amore a primo morso mentre l’oggetto delle sue attenzioni trangugia due Xanax. “Le cose erano più semplici, meno complicate. Sai quante donne hanno avuto un esaurimento nervoso nel Quattordicesimo Secolo? Due.”

Più semplici, meno complicate. Meno conoscenze, meno informazioni da elaborare e, al posto loro, una rassegnata fiducia nella Provvidenza, unico argine a una serie di iatture (pestilenze, guerre, calamità) sulle quali si aveva un controllo piuttosto modesto. E meno responsabilità: felicemente ignari dei successivi doni di Freud che ci avrebbero portato in dote un po’ di autoconsapevolezza, certo, ma anche – ohinoi – molti esaurimenti nervosi.

Le avrebbero complicate, le cose, innanzitutto certi manigoldi del Seicento – Galileo, Keplero, Newton, Leibniz… – che sul metodo, sulla matematica, sulla verifica sperimentale hanno fondato insieme a molti altri i principi ancor oggi validi del metodo scientifico.

Il “linguaggio segreto” della Natura (la matematica) e il suo alfabeto (i numeri) perdono i loro aspetti più speculativi e si scoprono dotati di nuove possibilità euristiche: la techne (termine che indica ambiguamente scienza, arte e artigianato) si trasforma definitivamente in sola scienzagrazie alla comparsa del “dato”: l’ente discreto e indivisibile su cui fondare le proprie certezze.

Ma i dati aumentano, così come aumentano le loro relazioni, che devono essere innanzitutto causali. Non è più possibile pensare a una “cartografia” dell’esistente con un rapporto 1:1, come per la mappa di borgesiana memoria (in “Del rigore della scienza”): abbiamo bisogno di riduzioni, di sintetizzazioni, di estrapolazioni. Cerchiamo il trend e il pattern che ci guidino verso risposte che, avendo a che fare con le decisioni, alla fine sono spesso binarie.

Troppi dati e il mondo diventa, appunto, terribilmente complicato. Torniamo con la mente a quell’epoca non complicata e la immaginiamo barbara e superstiziosa, ma anche semplice. Crediamo di aver rinunciato a un po’ di innocenza in cambio della indistruttibile sicurezzanelle nostre scelte e questo alla sola condizione di seguirne i rigidi protocolli.

Eppure.

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Scienza e magia

7 Settembre 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Da alcuni commenti al thread di ieri ho la sensazione che si attribuisca alla scienza una funzione magica che non le compete affatto e che appare anzi piuttosto paradossale. Si chiede alla scienza di dare sicurezza.

Ovviamente l’atteggiamento scientifico contribuisce a costruire delle sicurezze, ma sembrano saltare tutti i processi intermedi (fatti di esplorazioni, ipotesi, confronti, errori etc.).

Lo stato di sospensione, di incertezza, genera un horror vacui. E si tende a riempire questo vuoto con l’aspettativa di una risposta automatica, certa, immediata e totalizzante a una propria ansia che giunga da un “dato” ultimo, semplice, discreto. Si delega a un immaginario algoritmo (chiuso in una black box di cui non ci interessa il contenuto) il compito di dire: “fai questa cosa e non ti succederà niente”.

Questa modalità, a dire il vero, ricorda anche certi bizantinismi burocratici.

In Verità in Verità vi dico, state a un metro gli uni dagli altri e sarete salvi.

A 95 centimetri c’è la Gehenna, a 101 l’Immunità Eterna.

La scienza ha il dovere di cercare la precisione in un mondo che rimane però molto imprevedibile. Quanto più resistiamo a questo semplice dato di fatto, tanto più rischiamo di trasformare la (giusta e proporzionata) fiducia nella scienza in una fede cieca. La differenza tra fede e fiducia è quella che passa tra la ragionevole e sostenibile adozione di misure igieniche e gli isterismi di segno opposto:

  • ho la mascherina = sono invulnerabile
  • sei a meno di un metro da me = vuoi uccidermi

Calma e buon senso, please.


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Clinicamente morto

5 Settembre 2020Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

A mente fredda e con un po’ di pazienza, proviamo a fare un’analisi serena della Zangrilleide usandola per riflettere più in generale sulla gestione del Covid. A febbraio (una vita fa) scrissi un thread su Burioni.

Il thread non mi sembra invecchiato e anzi molti principi si applicano pari pari a Zangrillo. Il che mi permette di non insistere troppo su quanto i modi della comunicazione siano non meno importanti dei suoi contenuti.

Entriamo però nello specifico su alcuni punti.

Primo: il “clinicamente morto”

Invito chiunque a spiegarmi la frase “il virus è clinicamente morto”. Non voglio sapere cosa “intendesse” Zangrillo: chiedo una definizione da vocabolario. Un medico che vada in televisione ammantato della propria autorevolezza con l’intenzione di orientare i comportamenti del cittadino non può permettersi il lusso della fraintendibilità (ah, non troverete definizione perché la frase non ha – clinicamente – senso).

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Una relazione pericolosa

23 Agosto 2020Longform, 🇮🇹 Italiano

Mi è stato chiesto più volte di scrivere qualcosa sulle personalità narcisiste e sui problemi relazionali che si manifestano quando si ha a che fare con esse, soprattutto nella vita di coppia. Ho pensato a lungo se e come scriverlo e ho sempre rimandato perché, al momento di buttar giù due righe, l’incarico si rivelava ogni volta sorprendentemente complesso.

Ma l’urgenza di scrivere qualcosa di fruibile è rimasta e si è fatta anzi più pressante: da un lato, questo tipo di “incastro” relazionale è sempre più frequente; dall’altro, a dispetto della sua crescente diffusione, sono rare efficaci rappresentazioni di queste personalità nella cultura popolare (film, serie TV, libri…). Sembra un dettaglio, ma non lo è: film come “Qualcuno volò sul nido del cuculo” o “A beautiful mind” aiutano (non nonostante la finzione letteraria ma al contrario proprio grazie ad essa) a identificare, comprendere (entro certi limiti) e relazionarsi con una “possibilità alienata” dell’altro. Lo stesso si può dire per il disturbo bipolare di Carrie in “Homeland” o di quello ossessivo di Hawks in “The Aviator” o di Melvin in “Qualcosa è cambiato”, della personalità blandamente borderline di Will Hunting (e di quanti altri racconti di formazione), così come pure le loro varianti più leggere, da “4 pazzi in libertà” a “Monk”.

Vista la complessità del tema e la lunghezza del testo, questo articolo è disponibile anche per il download in PDF

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