Precisazioni su nevrosi e responsabilità

29 Giugno 2022Video, 🇮🇹 Italiano

Un video “fuori programma” per rispondere a una discussione nata su Twitter: può una persona affetta da un grave disturbo nevrotico ricoprire incarichi di responsabilità?

Cosa vuol dire veramente essere “sani” o “nevrotici”?

Verità e fotografia: Joel Sternfeld

2 Maggio 2022Fotografia, Video, 🇮🇹 Italiano

Ho realizzato un breve video sul rapporto tra “Verità” e immagine (fotografica, ma non solo). L’idea sarebbe quella di ricostruire un discorso intorno a certi argomenti che mi sono cari e che sono all’incrocio tra psichiatria, immagini, tecnologia ed esperienza artistica.

Tra il 2002 e il 2010 avevo fondato un gruppo (Asterione) che si occupava di questo genere di cose e che è diventato progressivamente una sorta di braccio “scientifico” di BombaCarta. Sul canale trovate anche due video di allora (siamo stati pionieri…).

Non so se riuscirò a ricostruire il gruppo, né dove la cosa andrà a parare, ma intanto si inizia e vediamo che succede…

Complessità

27 Marzo 2022Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Due parole sulla tanto bistrattata (e abusata, di questi tempi) complessità.

“Tolleranza alla complessità” non significa sapere tante cose, essere molto intelligenti, aver studiato a lungo i dettagli di un sistema oscuro ai più.

Tollerare la complessità significa essere capaci di porsi di fronte a un’immagine che non siamo in grado di decifrare immediatamente e accettarne le ambiguità e le incertezze. Significa mantenere uno sguardo inquisitivo con la consapevolezza che il disegno finale potrebbe non apparire mai. Senza l’urgenza quindi di raggiungere una conclusione – una qualunque – pur di arrivare alla formulazione di un giudizio.

Insisto sempre sull’associazione fra tolleranza alla complessità ed esperienza estetica: nell’Arte, questa “evasione” del senso ultimo di un’opera è costitutiva. Un continuo rimando ad altro, che non possiamo veramente apprezzare se dobbiamo subito “chiudere” il cerchio.

La conoscenza che si cerca ed eventualmente si ottiene è più di tipo sintetico che analitico (in questo la differenza tra complesso e complicato).

Ma l’esperienza prima di chi si pone di fronte alla complessità non è “sapere”: al contrario, è proprio il “non sapere”.

Thread originale

L’odio per la vittima

18 Marzo 2022Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Come mai di fronte a un abuso plateale, netto, privo di sfumature, c’è da parte di alcuni una corsa ai distinguo, se non un vero e proprio fiancheggiamento dell’aggressore? La risposta è piuttosto articolata per cui cercherò di schematizzare molto.

La condizione esistenziale della “vittima” è quella di non avere il potere di venire a patti. È una condizione psicologicamente angosciante ben oltre gli effetti concreti dell’abuso perché ci mette di fronte alla possibilità dell’impotenza.

L’impotenza non ci piace. Sono lontani i tempo dell’Anànche greca, la necessità frutto del capriccio degli dei cui non possiamo che sottometterci. L’uomo moderno ha asserito il proprio trionfo sulla Natura con la tecnica e sull’Altro con vari strumenti fra cui la retorica.

Il che ci rende potenti/responsabili degli eventi della Natura e dei rapporti con l’Altro: ma questo altro è sempre un Alius, un alieno, o un bàrbaros, al massimo uno Xènos, uno straniero – non ci è mai veramente simile, non è uno dei “nostri”.

E l’accento si sposta facilmente dalla responsabilità per posarsi esclusivamente sul potere. La responsabilità prevede anche dei doveri ed è molto più comodo lasciare ad altri queste incombenze. Altri saranno, quindi, i colpevoli. Anche quando diciamo “siamo tutti colpevoli” in realtà stiamo pensando agli altri: noi non ci mettiamo veramente nel mucchio (altrimenti diremmo: “io sono colpevole”).

(altro…)

Storia di una foto: Peperone n. 30 di E. Weston

6 Febbraio 2022Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano
Edward Weston, “Pepper no. 30”

Nel 1930 Weston ha abbandonato da tempo il ritratto pittorialistico degli esordi ha lasciato moglie e figli, fatto viaggi, avuto amanti. Le amanti in particolare sono ben più che muse e modelle: Margarethe Mather, Tina Modotti (con cui vive a lungo in Messico), Charis Wilson (che poi sposerà), Sonya Noskowiak…

Ebbe un numero sbalorditivo di fidanzate, tutte belle e tutte più che felici di spogliarsi per lui. Fu uno di quegli uomini che, come si suol dire, vide più sederi di una tavoletta del water. L’espressione è particolarmente calzante visto che quanto meno dal punto di vista fotografico, vide anche un bel numero di gabinetti

—G. Dyer, “L’infinto istante”

Dopo aver esplorato negli anni ’20 forme, ombre, nudi e architetture, in Messico nel 1925 impiega una settimana per ottenere lo scatto perfetto proprio di un gabinetto.

Quando alla fine ottenne la stampa che desiderava, la portò a Diego Rivera che, secondo Weston, esclamò: “Non ho mai visto una foto tanto bella in vita mia”

Il suo scopo era ritrarre la toilette in un modo da rimuovere ogni connotazione di senso – umoristica, scatologica, oscena o altro ancora – per trasmettere una “risposta estetica assoluta alla forma”.

—T. Pitts, “Edward Weston”

La forma, il modo in cui la luce la definisce e la perfezione della tecnica che la cattura – che sia quella di un corpo nudo, di un oggetto comune o di un ortaggio – diventano tema portante della sua poetica.

Weston concepisce la sua opera in termini di piena adesione alla realtà, una realtà sfrondata di ogni possibile carattere narrativo in assenza di qualsiasi attributo che non sia riferibile alla forma stessa.

—W. Guadagnini, “Una storia della fotografia del XX e XXI secolo”

Sul Peperone n. 30 c’è anche un piccolo mistero. È riportato che Weston abbia scattato con un tempo di 6 minuti, ma il figlio, in un’intervista, racconta una storia più interessante (che è probabilmente quella vera). Lavorando col grande formato e a distanza ravvicinata c’è un problema di profondità di campo. Per mettere a fuoco l’intero peperone Weston crea un obiettivo con f/240, praticamente un pinhole. Il tempo di esposizione è di “4-6 ore”, in luce naturale. In tutto quel tempo, il sole si muove e la luce cambia, creando un sottile effetto di lightpainting.

Weston ha fotografato anche altri peperoni, e questi non sono stati i suoi unici furti dalla cucina. Ma il n. 30 rappresenta forse, nel suo perfetto equilibrio tra forma, luce, oggetto e contesto, l’apice della sua ricerca.

Thread originale

Storia di una foto: Churchill ritratto da Y. Karsh

29 Gennaio 2022Fotografia, Twitter threads, 🇮🇹 Italiano
Yousuf Karsh, “Winston Churchill”

Nel 1941 Churchill visita Ottawa e Yousuf Karsh viene incaricato di scattare un ritratto. Però Churchill non è stato avvertito e quando il Primo Ministro canadese lo introduce al set non la prende con entusiasmo.

“Cos’è questa cosa? Cos’è?”, grugnisce contrariato. Nel gelo dello staff, Karsh si presenta spiegando che vorrebbe celebrare l’evento con un ritratto: Churchill si accende un sigaro e si arrende a “una sola” foto.

Il problema è che, nonostante un portacenere discretamente offerto per far sparire il sigaro, Churchill continua a masticarlo rumorosamente. Karsh controlla e ricontrolla inquadratura e luci, ma il sigaro rimane lì a dar noia. Karsh agisce d’impulso: si avvicina, chiede scusa in modo rispettoso ma decisamente fermo e strappa il sigaro dalla bocca di Churchill come si farebbe col cuccio di un bambino capriccioso.

Tornato alla macchina, scatta uno dei ritratti più famosi dello statista inglese – quello di un uomo determinato, minaccioso, pronto all’azione. O, più semplicemente, quello di un uomo cui è stato appena strappato il sigaro.

(La storia è raccontata dallo stesso fotografo).

Thread originale

JAMA, cospirazionismo e demenza

12 Gennaio 2022Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Un articolo di JAMA del 2020 che offre analogie tra la propensione al cospirazionismo e la risposta neurofisiologica alla demenza ha generato reazioni piuttosto virulente (in chi, come al solito, probabilmente non ha letto l’articolo). Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

L’articolo ha dei punti interessanti e presenta alcune problematicità. Su entrambi i fronti, quello che ci serve è stato perfettamente sintetizzato dalla sempre eccellente Barbara Gallavotti (e potremmo già fermarci qui):

I sensi comunicano al cervello delle informazioni false… e le zone del cervello che ricevono queste informazioni le inviano alla parte incaricata del pensiero razionale la quale fa tutti gli sforzi per dare un senso quelle informazioni… Secondo Miller, analogamente, quando ci convinciamo di un’idea falsa… il nostro cervello riceve delle informazioni infondate e le comunica alla parte dedicata al pensiero razionale – e questa le confeziona in maniera che siano convincenti

Gallavotti dissente dall’associazione tra questa modalità di convincimento e la mancanza di cultura scientifica – e io con lei per motivi che dovrebbero essere chiari più avanti.

Fra le problematicità, l’articolo è troppo disinvolto nell’associare singoli meccanismi a un comportamento molto complesso e ad attribuire le cause a fattori così puntiformi. Ma solleva delle questioni sostanziali che cercherò di riprendere spostandomi sul mio versante e muovendomi quindi dal polo biologico-neurofisiologico verso quello psicologico-psicopatologico (per il quale tutto ciò non è particolarmente nuovo).

Con buona pace di Hegel, partiamo dall’assunto che il reale non è razionale. La realtà ci giunge attraverso i sensi in modo totalmente “con-fuso” ed è il nostro cervello a “costruire” un ordine che ci permetta di muoverci in essa in modo orientato e strategico. Questo vuol dire distinguere e isolare gli stimoli che hanno valore da quelli che non ne hanno.

(altro…)

Piazza reale e piazza virtuale

15 Novembre 2021Twitter threads, 🇮🇹 Italiano

Le indagini sulle chat antivacciniste che istigavano a delinquere o addirittura a compiere gesti piuttosto aberranti, mi stanno facendo pensare a come lo spazio virtuale stia trasformando in modo rilevante il nostro rapporto con il reale.

Prima del Web 3.0, lo spazio del discorso era la piazza pubblica (semplifico): quella mediatica, ma in termini piuttosto unidirezionali (programma → spettatore) e quella reale, dai confini però ristretti (chiamiamole “le chiacchiere da bar”). L’accoppiata virtuale-social ha reso il “bar” un luogo molto popolato ma anche non “agito”. L’unico agito è il linguaggio, che per avere un impatto su un ascoltatore sempre più desensibilizzato deve alzare ogni volta l’asticella.

In questo spazio in cui esiste solo la parola senza conseguenza, senza responsabilità, ovviamente non solo i toni ma anche i programmi, le presunte intenzioni, gli epiteti, gli allarmi, si amplificano fino a quando incontrano un limite. E l’unico limite è il linguaggio stesso. Un limite abbastanza ampio.

La virulenza che si innesca in questi circuiti raramente corrisponde alla disposizione che i partecipanti avrebbero – per indole – nel mondo reale. Qui però si crea il primo corto circuito: si innesca una spirale di suggestione, di allarme, di adrenalina, che diventa capace di incidere anche nei comportamenti “reali”, con un aumento spropositato di aggressività e frustrazione.

(altro…)