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Il Tempo come prima chiave di lettura

Si delineano a questo punto alcuni elementi particolarmente significativi:

  • un quadro sintomatologico eterogeneo gravato da apparente comorbidità nell’ambito nevrotico, ma caratterizzato da stringenti analogie sul piano diacronico e psicopatologico;
  • un’evoluzione che riconosce un prima (apparentemente “normale”), un sintomo-chiave (a segnare una cesura), un dopo (che corrisponde ad una angosciosa fase di stato);
  • una struttura di personalità caratterizzata da elementi quali “neutralità”, difficoltà ad assumere un ruolo responsabile, “concretismo”, identità labile, relazioni disturbate, nonché un vissuto temporale caratterizzabile come “tempo fermo”.

Ognuno dei punti suddetti ha a che fare con la temporalità, che si pone dunque come chiave di lettura privilegiata.

Temporalità come “prima” e “dopo”

Nella dialettica fra “prima”, “dopo” e sintomo-chiave, la forma che assume quest’ultimo, il suo contenuto manifesto, la sua intensità, hanno valore relativo, giacché il suo senso è precipuamente nell’essere lì in mezzo. L’emersione della sintomatologia non è dunque altro che effetto di un improvviso scollamento fra le due esperienze, quella del “prima” e quella del “dopo”.

Prima.

Il “prima” è tutta l’esperienza del paziente, è il mondo così come lo conosce, è ciò che sa di se stesso; nel “prima” egli prova ciò che dovrebbe provare, pensa ciò che dovrebbe pensare e si comporta più o meno come crede che dovrebbe comportarsi. In questa dimensione tutto è ugualmente dato, evidente, acclarato. La norma (o presunta tale) è il sottobosco in cui nascondersi e proteggere un senso di identità labile e approssimativo. Nella definizione di sé, il paziente ricorre a modelli conformisti1 o ad auto-attribuzioni di senso e di valore (come nella tramutazione di un tratto nevrotico in un elemento caratterizzante di per sé e portatore di valore), che rimangono però sempre operazioni “mediate” (cioè “non im-mediate”) e che si affidano ad una validazione esterna. È dunque lo sguardo dell’altro, sia esso inteso come il prossimo o come un ideale più o meno realistico di collettività, a dare forma e senso alla personalità del paziente, che non “è” mai, se non quando “è-in-riferimento-a”.

Dopo.

Se il “prima” è un tempo indefinito, il dopo è un tempo fermo e congelato; se il prima è disabitato, il dopo è inabitabile. La situazione del paziente è quella dell’angoscia e la reazione a questa angoscia contribuisce a determinare la qualità del sintomo-chiave: se predomina il Verluststil, si deprime; se predomina la necessità di ripristinare l’equilibrio originale, “impelle” (fobico-ansiosamente) il bisogno di tornare nel passato nell’evitamento di un presente di ansia; se prevalgono lo spaesamento di fronte al nuovo panorama e lo sconcerto per ciò che viene visto processualmente come una insanabile frattura, si paralizza ossessivizzandosi in un continuo riesame di nessi causali introvabili.

Il lavoro psicoterapeutico sul tempo

Nel corso della psicoterapia, il “prima-normale” si trasforma progressivamente in un panorama desertificato e mai autenticamente “abitato”. L’analisi di questo passato insieme prossimo (giacché realmente recente) e remotissimo (perché divenuto alieno) è una delle fasi cruciali della terapia. L’insight del paziente, che sopra ho definito scarso o parziale, non è assente di per sé, bensì coartato da una sistematica “astensione dall’uso”; la potenzialità euristica dell’introspezione è anzi vissuta come terrifica per via dell’angoscia che deriverebbe di fronte ad un vuoto che risucchia e annichilisce, vuoto che non viene percepito nella sua potenzialità abitativa, ma solo all’insegna della perdita, del mai più riconquistabile.

Il concretismo segnalato da Castellana nella propria descrizione sembra corrispondere nel nostro caso ad una radicale incapacità di utilizzare la fantasia2 nella normale vita psichica e di relazione come elemento di conoscenza di sé e di integrazione e meta-analisi delle proprie funzioni e dei propri stati emotivi. I pazienti sognano poco e verbalizzano malvolentieri i contenuti della loro vita onirica; né sognano “ad occhi aperti”, salvo che in particolari circostanze (attraverso un fantasticare ripetitivo ed automatico che ha la qualità della réverie); in sostanza non sono capaci di immaginare se stessi.

A ciò, nel corso della psicoterapia, si aggiunge la inevitabile constatazione che il paziente non è capace di raccontare se stesso. Questa scoperta – prevedibile da parte del terapeuta – è una ulteriore brutta sorpresa per il paziente, che scopre di non essere in grado di raccontare se stesso nemmeno a se stesso, ovvero di mettere in continuità e in relazione i singoli fatti della propria vita in un unico continuum, sì da costruire una autentica memoria di sé.3

Le lacune mnesiche che compaiono nella ricostruzione del passato sono sì spesso riconducibili – laddove esista un trauma – a massicce rimozioni; a volte però si tratta di veri e propri crateri di non registrazione, di complessi ideo-affettivi ad “affettività scolorita”, isole galleggianti che possono fluttuare alla deriva fino a sparire inavvertitamente dietro l’orizzonte. Il senso stesso della memoria è di per sé minaccioso.

La partecipazione del paziente alla psicoterapia è quindi molto particolare. Da un lato, è motivato a contribuire attivamente al lavoro terapeutico per sfuggire l’angoscia del presente.

Su un piano inconscio, eleva invece una solidissima resistenza all’elaborazione del passato, intuito come un vuoto divorante e distruttivo. Nella pratica questa condizione si manifesta come una particolare difficoltà a ricostruire il proprio passato remoto (abbondantemente dimenticato) e ad interpretare il proprio presente (ritenuto fin troppo noto e dunque non differentemente spiegabile).

Su un piano conscio, manca di un ideale alternativo a quello che si è costruito nel tempo (la presunta normalità rivelatasi poi inadeguata), il che lo pone in una paradossale condizione di speranza nella guarigione, cui corrisponde però la convinzione che il cambiamento sia impossibile. Questa “fiducia originaria” nel cambiamento passa quindi all’inzio esclusivamente attraverso il rapporto transferale: non è fiducia nella possibilità di cambiare, ma fede che il terapeuta trovi magicamente il modo di trasformare la situazione (la situazione, non lui stesso) attraverso il ritorno alla condizione precedente – e questo indirizzo rimane radicato nonostante il progressivo acquisto di consapevolezza di tutti i vizi di forma e di sostanza che essa ha prodotto. Il paziente del resto desidera “non stare male” senza avere però la minima idea di cosa voglia dire per lui “stare bene”. Potremmo quindi dire: tornare indietro per poi restare lì, tornare al prima – ad un prima che non solo non prometta evoluzione, ma che soprattutto non la consenta.

Durante una seduta con una paziente, raccontai un aneddoto riferito da Hillman4:

C’è una storiella ebraica, una delle solite barzellette degli ebrei sugli ebrei, che dice: Un padre, volendo insegnare al figlio a essere meno pauroso, ad avere più coraggio, lo fa saltare dai gradini di una scala. Lo mette in piedi sul secondo gradino e gli dice: «Salta, che ti prendo». Il bambino salta. Poi lo piazza sul terzo gradino, dicendo: «Salta, che ti prendo». Il bambino ha paura, ma, poiché si fida del padre, fa come questo gli dice e salta tra le sue braccia. Quindi il padre lo sistema sul quarto gradino, e poi sul quinto, dicendo ogni volta: «Salta, che ti prendo», e ogni volta il bambino salta e il padre lo afferra prontamente. Continuano così per un po’. A un certo punto il bambino è su un gradino molto in alto, ma salta ugualmente, come in precedenza; questa volta però il padre si tira indietro, e il bambino cade lungo e disteso. Mentre tutto sanguinante e piangente si rimette in piedi, il padre gli dice: «Così impari: mai fidarti di un ebreo, neanche se è tuo padre».

L’aneddoto venne utilizzato per introdurre il tema del tradimento da parte delle figure di riferimento e della “perdita dell’innocenza” da parte di chi subisca tale tradimento. Chiesi alla paziente come avrebbe gestito da quel momento in poi il proprio rapporto con il padre se si fosse trovata in quella situazione5. Ella mi rispose candidamente:

Risalirei sulla scala immaginando che il fatto non fosse mai avvenuto.

Temporalità come tempo fluido e tempo fermo

“Prima” e “dopo” sono entrambi dominati da un tempo fermo. Non c’è divenire fra l’uno e l’altro, separati dalla cesura dell’esordio. Non c’è divenire nel “dopo”, tempo arrestato da uno sconcerto impotente. Ma manca un divenire anche nel “prima”, durante il quale ogni trasformazione fu adeguamento più che evoluzione, sempre eterodiretto, mai autenticamente sperimentato come proprio, nell’illusione della possibile conservazione dell’unità originaria della fanciullezza e di un trasferimento indolore alla dimensione adulta che non implicasse alcun rapporto con la perdita.

Il tempo fermo del “prima” è dunque il tempo dell’Eden, della dimensione acronica dell’infanzia.

L’esordio: cesura o rito di passaggio?

La cesura avviene attraverso il sintomo ma non è il sintomo: essa rappresenta semplicemente l’ingresso non più posticipabile del paziente nella propria storia, ovvero nella propria dimensione adulta. Il traumatismo di questo passaggio è tanto più doloroso quanto più lontano nel passato appare il bivio che doveva riconoscere e che lo avrebbe portato ad un processo evolutivo traumatico sì, ma naturale e trasformativo.

Il paragone con il processo di Jaspers è suggestivo, ma va meglio precisato. Di fatto, nella vita del paziente, l’esordio segna una frattura insanabile, un passaggio fra una dimensione esistenziale ed un’altra, ma il senso di questo iato è diametralmente opposto all’ingresso nella psicosi: al contrario, esso è l’ingresso nella storia e nella vita, è un trauma da passaggio, è la presa di coscienza della possibilità della trasformazione e della perdita.

Ricondurre quindi la drammaticità di questo passaggio alla obiettiva gravità del sintomo è un pericoloso riduzionismo: il dramma è nell’essenza stessa del cambiamento – a prescindere dalle sue manifestazioni psicopatologiche.

Volendo semplificare, in sintesi il paziente prova angoscia perché vive il naturale trauma del diventare adulti; perché in aggiunta si rende conto di non esserlo mai stato e di trovarsi dunque in drammatico ritardo; per le implicazioni che questa scoperta produce retrospettivamente nell’interpretazione della vita sin qui vissuta; per la conseguente sensazione di non poter più/mai evolvere.

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  1. Si prenda questa affermazione in senso lato: mi riferisco qui non tanto e non solo al conformismo rispetto a norme generali di comportamento così come la società sembra prescrivere (essere un buon cittadino, formare una famiglia, riuscire nel lavoro o negli studi etc.), ma in particolar modo al modello suggerito sempre più esplicitamente dalla cultura popolare e dai media; quest’ultimo anzi confligge col precedente, richiamando l’individuo ad una identità (apparentemente) forte, pena una decisa squalifica. Questo aspetto verrà meglio precisato più avanti.
  2. Nel senso di capacità di fantasticare.
  3. Ciò spiega la possibilità della derealizzazione, quale manifestazione di un disturbo della coscienza dell’Io che, come si evince, è sempre stata fragile.
  4. Hillman, 1999, p. 13.
  5. Situazione che peraltro, fuor di metafora, si verificava quotidianamente nella sua infanzia.