“Depressione” è un termine ormai di uso corrente, tanto corrente quanto impreciso è diventato il suo alone semantico. Un “googling” improvvisato e privo di ogni presunzione sociologica ci permette di trovare oltre tre milioni di pagine web in italiano che contengono la parola “depressione”, contro un milione e settecentomila che contengono “tristezza” (la prima dell’elenco, neanche a farlo apposta, riporta: “la depressione come forma della tristezza” – e ci risiamo). Come detto, questa indagine svolta dal salotto di casa non dimostra nulla; eppure, tornano i conti con la sensazione diffusa che nessuno si senta più banalmente triste, quando ha la possibilità di definirsi depresso.

Se fino a trent’anni fa chiedevamo conto ai poeti della nostra tristezza, oggi devono risponderci gli psichiatri, i quali generosamente non si sottraggono alla domanda e ci illustrano da trasmissioni, libri e rubriche cosa la depressione sia e come liberarcene. Lodevole il tentativo di rasserenare gli animi inquieti della società, però urge anche una riflessione sui rapporti fra società civile, mezzi di comunicazione e tematiche psicologiche. Queste ultime hanno infatti una presa formidabile sull’immaginario collettivo e, nel momento in cui propongono chiavi di lettura (seppur con le migliori intenzioni) non si può ignorare che lavorino anche come suggestioni potentissime e – se non ben identificate – in gran parte inconsce.

L’età dell’innocenza prefreudiana è ormai svanita: l’inconscio è nozione comune. La prima conseguenza di questo fatto è che i meccanismi di difesa (ovvero le strategie che l’Io predispone per non sperimentare l’ansia conflittuale, depistandola e permettendole di evadere dalla coscienza) sono cambiati: l’Io deve trovare vie più sottili per evitare l’ansia, perché la nostra cultura ne smaschera i meccanismi in partenza. Ad esempio: lo svenimento in pubblico (il classico “deliquio”) è un pessimo sistema per uscire da una situazione conflittuale, non funziona più. Lo stesso si dica della paralisi degli arti inferiori: non è più un modo per “non andare da qualche parte” e ricevere mille attenzioni, si viene scoperti subito. Quel che è peggio, è che si viene scoperti innanzitutto da se stessi: se prima bastava sfuggire alle maglie del censore sociale, il censore di oggi è quasi completamente interiorizzato.

Resi illeciti i meccanismi più grossolani, non rimangono che quelli indefinibili ed anonimi: attacchi di panico (o ansia “generalizzata”) e depressione, mali senza contenuto e senza causa, sono i lasciapassare per rimanere in pace, per vivere la propria difficoltà come legittima, per presentarsi agli occhi della collettività come persona degna ma momentaneamente inefficiente. Queste “malattie-non malattie” sono universalmente riconosciute, accettate, rispettate. Dico “malattie-non malattie” perché se da un lato se ne accetta la natura “altra” rispetto all’esperienza comune (e non deve esser meno di così per giustificare l’interruzione della prestazione, metro unico di valore colto essenzialmente nella sua espressione quantitativa), dall’altro ogni riconoscimento di patologia viene temuto e respinto: il depresso va capito, com-patito, sostenuto ed incoraggiato, ma ogniqualvolta si sottolinei l’opportunità di un trattamento farmacologico (quando necessario) si rischia un’accusa di empietà, di reificazione del malato, di avvelenamento (mai come i questo periodo il pharmakon ha riacquistato tutta la sua doppia valenza di medicina-veleno, forse sull’onda di mode New age, olistiche e salutiste).

Nonostante questo fatto e la caduta un po’ in disgrazia della psicoanalisi dopo l’onda lunga degli anni Ottanta, la presenza degli psichiatri nei media rasenta la sovraesposizione. Eppure, la nuova fortuna della psichiatria regge proprio su questa ambivalenza fra salute e malattia, che rende lo psichiatra attendibile nella misura in cui sia rassicurante, eviti di prospettare la possibilità della malattia insanabile, costeggi con leggerezza l’orlo dell’abisso senza mai precipitarvi, proponga stili di vita, suggerisca nuove dimensioni esistenziali, sia anch’egli, in ultima analisi, “medico-non medico”. Il discorso, evidentemente, è valido anche per gli psicologi, ove rispecchino queste caratteristiche (e del resto le due figure, al di là di pochi contesti in cui l’elemento tecnico appare particolarmente in evidenza, sono spesso pressoché indistinguibili).

Alcuni punti chiave

Prendiamo dunque in esame alcuni pericolosi scivolamenti che si rischiano ogniqualvolta la tematica psicologico-psichiatrica venga offerta all’opinione pubblica senza il dovuto discernimento.

a. La presenza nei media dello psichiatra ha spesso caratteristiche differenti rispetto a quella di altri medici. Un virologo può trovarsi a spiegare ad un pubblico più o meno competente, in un contesto più o meno formale, argomenti che suggestionano molto il pubblico e che risvegliano paure ancestrali (AIDS, SARS, influenza dei polli etc.), ma è suo compito dare una informazione. Allo psichiatra viene troppo spesso richiesta una interpretazione: il più delle volte, questa interpretazione esplora (a volte in modo un po’ troppo semplicistico, ma di gran presa sull’uditorio) le delicate relazioni fra disagio individuale ed una presunta azione patogena della società, che diventa ultimo responsabile (astratto e non perseguibile) di ogni male.

b. L’interpretazione psicopatologica di ogni forma di disagio (non tristezza ma depressione, non rabbia ma frustrazione, non paura ma ansia conflittuale) porta a riconoscere in sé la causa prima (e malata) del disagio stesso come forma di inadeguatezza psicologica di fronte ai casi della vita. Questo punto sembra in disaccordo con il precedente, ma ne è grottesco complemento: non abbiamo scampo nella società (patogena) ma nemmeno possiamo trovarlo in noi stessi (costitutivamente insani). Tutti sono colpevoli, ma nessuno è responsabile.

c. Alcune malattie hanno una potenzialità fascinativa eccezionale. Per indurre pochi veri anoressici ad accettare le cure (come se bastasse uno slogan), si minimizza la portata morbosa dell’anoressia mentale, lanciando il seguente messaggio: non sei malato, hai solo bisogno d’amore e avrai amore se ti apri alla possibilità di essere aiutato. Non so quanto ciò funzioni con gli anoressici veri e propri, ma intravedo un sottotesto che giunge al pubblico di adolescenti sanamente conflittuati che dice più o meno così: se non ti senti amato smetti di mangiare, usa il tuo corpo per reclamare l’affetto che ti manca.

d. Questa fascinazione può avere anche segno opposto ed essere terrificante: se la depressione è sempre in agguato, ed un depresso può uccidere il figlio che ama e nonostante lo ami, tutti possiamo uccidere nostro figlio. Il male e la follia sono senz’altro parte dell’esperienza umana, ma i meccanismi che portano all’uno o all’altra non sono così semplificabili, ed il fatto che qualcosa faccia parte della natura umana non implica che questo qualcosa possa realmente esprimersi in ciascuno di noi da un momento all’altro e senza preavviso. La maggior parte di noi nella propria vita non uccide nessuno – grazie al cielo – e suggestionare una futura mamma (che già sta trascorrendo un periodo molto delicato della propria vita ed ha molte cose da elaborarsi per conto suo, in santa pace e senza la necessità di professionisti della salute mentale, giacché così succede dalla notte dei tempi senza problemi) con l’incubo della depressione post-partum è semplicemente fare del terrorismo gratuito (quello sì potenzialmente patogeno).

e. Tutto questo non aiuta affatto la clinica, generando una grande confusione negli stessi pazienti. Al di là dell’uso corrente, panico e depressione sono sindromi cliniche dalle caratteristiche ben precise, per cui tocca scontrarsi nella pratica quotidiana con autodiagnosi ed autoterapie (del tutto sballate) dagli effetti disastrosi.

La liberazione dell’individuo

Il più delle volte viene proposta come soluzione una liberazione del sé, con modalità che ricordano più il self empowerment che le indicazioni emerse da oltre un secolo di esperienza della psicoterapia. L’analisi della situazione propone un blocco della capacità dell’individuo di esprimere direttamente pulsioni e desideri per via di un timore di punizione, del senso di colpa o di un senso di inadeguatezza. La società punisce e soffoca, l’inconscio censura e limita. Si prospetta dunque un movimento di liberazione dell’individuo dai due tiranni moderni, l due istanze totalitarie e censorie che si oppongono a farci essere ciò che dovremmo o potremmo essere: società e inconscio.

Purtroppo, questa strategia “rivoluzionaria” produce schiere di “nevrotici egoisti”, che innalzano i propri bisogni contro quelli della collettività (e dell’Altro, vissuto nella sua potenzialità limitante e non nel suo essere innanzitutto soggetto di relazione). Inutile sottolineare come questo processo non porti né alla libertà né tantomeno alla felicità, ma semplicemente ad una infelicità vittimista e deresponsabilizzata.

Al contrario, un sano percorso psicoterapeutico dovrebbe portare alla libertà, non alla liberazione (all’essere “liberi di”, non “liberi da”, cosa radicalmente diversa) e all’integrazione dei bisogni dell’individuo con quelli della collettività (è questo, ad esempio, un punto fermo molto chiaro in Jung, che rischia invece di essere frainteso a proposito del concetto di individuazione). Il processo psicoterapeutico-psicoanalitico non crea persone “sicure di sé”, ma permette alle persone di partecipare ad un equilibrio armonico fra necessità individuali e necessità della collettività, di vivere questo equilibrio serenamente, di assumersi le proprie responsabilità, di sentirsi libero entro le proprie inevitabili limitazioni, non già onnipotente.

Media e psichiatria

Occorre a questo punto chiarire che non sto proponendo alcuna caccia alle streghe. Senza dubbio, esiste un indotto su cui è possibile organizzare un fiorente commercio, ma che è – a mio modo di vedere – effetto (per quanto disgustoso ove consapevole) più che causa. Non credo esista di per sé una responsabilità obiettiva né della stampa, né della comunità scientifica, se prese separatamente.

La decisione di diffondere (se e come) alcune notizie viene spesso discussa in riunioni di redazione animate da prudenza e spirito critico. Ma è possibile lasciare sola la stampa di fronte a queste scelte? Possono i giornalisti decidere responsabilmente se non viene prima dato loro lo strumento tecnico per comprendere gli aspetti meno evidenti delle questioni? Ciò del resto non vuol dire che debba essere lo psichiatra a prendere questa decisione, prerogativa esclusiva della stampa; quest’ultima deve però a sua volta essere responsabilmente consapevole di quanto decide.

Analogamente, gli psichiatri sono parte di questa stessa società e non ci si può attendere che possano dominare i meccanismi dell’informazione, prevedere le risonanze sull’opinione pubblica, gestire gli effetti delle informazioni e della loro modalità di diffusione: ciò significherebbe attribuire loro un ruolo di controllo (e di potere) sulla società che non hanno.

Alla comunità scientifica (parlo quindi per la parte che mi riguarda), è sicuramente il caso di chiedere uno sforzo in più: il punto non è tanto nel parlare meno alle telecamere (anche se un po’ di discernimento non guasta), quanto nel parlare di più dietro le telecamere, ai professionisti dell’informazione e della comunicazione, agli intellettuali, a chi maggiormente ha la responsabilità della cosa pubblica e va più e meglio informato e messo in condizione di fare consapevolmente il proprio lavoro.


Pubblicato in InnovAzioni, n. 5, nov-dic 2005 con il titolo “Video-psichiatri e depressione”