G. ha venticinque anni, sta per laurearsi, ha sempre avuto un ottimo rendimento scolastico, non ha mai dato dispiaceri ai genitori; ha avuto una sola relazione affettiva importante, durata diversi anni. V. ne ha trentanove, ha una storia familiare tormentata, ma è riuscito in qualche modo a costruirsi una vita e ad impegnarsi con efficienza nel lavoro fino a raggiungere un posto di responsabilità. F. ha quarantotto anni, la famiglia d’origine segnata da numerosi lutti, è felicemente sposata ed ha un figlio. È considerata da tutti solare ed energica.

G., V. ed F., improvvisamente, si deprimono.

Tre persone, tre storie, tre biografie disomogenee per età, esperienze e circostanze si incontrano nella disavventura della depressione, una depressione che assume i caratteri dell’inaspettato, dell’imprevedibile, del profondamente dissonante rispetto alla personalità che l’ha preceduta. Anche l’anamnesi più superficiale – che anzi in casi di questo genere si dimostra estremamente semplice da approfondire – non tarderà a rivelarci fattori favorenti o scatenanti per offrirci un’agevole diagnosi.

Ma, ad un esame accurato, si cominciano a cogliere delle ricorrenze, delle affinità che trascendono la bruta analogia del sintomo e ci dischiudono una soglia oltre la quale queste diverse biografie si trasfigurano in tre simili esistenze.

Se il primo di questi caratteri comuni – la modalità “inattesa” dell’esordio – è stato già descritto, subito se ne manifesta un secondo: quello che questi pazienti vivono non è semplicemente uno svuotamento di senso, quanto piuttosto uno spaesamento, una perplessità proprio rispetto alla perdita del senso. La depressione, puro accidens, aliena cesura lungo una vita altrimenti armoniosa e sana – pur cessati gli effetti dell’evento scatenante – incomprensibilmente non abbandona più l’essere – mortificato – della persona.

La pienezza della vita di prima, il suo “bastare a se stessa”, non sono semplicemente scomparsi: sono piuttosto divenuti ombre, simulacri, risibili e grotteschi nel ricordo.

Il paziente è sorpreso dalla propria incapacità di recupero: gli resta un non-essere, un non-senso, un “non” che in quanto tale non si lascia cogliere e quindi combattere. E con l’ineffabilità del proprio nemico, egli per la prima volta esperisce la sensazione di essere disarmato; non vive quindi solo un momentaneo stato di incapacità, ma si trova di fronte il segno della possibilità della caduta, la scoperta che esista qualcosa contro cui non ha strumenti di difesa.

In sostanza, il paziente si trova privato di una delle sue primarie necessità: il controllo. In base all’esercizio del controllo – controllo delle circostanze pratiche, della propria emotività, delle relazioni – egli ha sempre organizzato la propria vita, giungendo a sovrapporre il mantenimento dell’omeostasi perfino con il proprio metro etico: è buono ciò che non compromette la relazione, ciò che non turba l’emotività, ciò che non produce un abbandono. La strategia attraverso cui mantenere l’omeostasi viene appresa in fretta e si rivela ben funzionante, tanto da assumere la dignità di una vera e propria dimensione esistenziale, che promette di non fallire mai.

Stona quasi, in questi pazienti, la dissonanza fra un’intelligenza talora brillante ed una sensibilità per alcuni versi fuori dal comune, accompagnate da una introspezione molto parziale – cosa che immaginiamo essere il prodotto di questo lungo esercizio.

Diventa a questo proposito quasi patognomonica la reazione che tali pazienti manifestano di fronte a due semplici domande che vengono poste dal terapeuta usualmente verso la fine del colloquio, ovvero se si ritengano “perfezionisti” e “responsabili”. Questa banale interrogazione provoca un mutamento nell’espressione, come un’illuminazione, quasi il medico abbia “colto” un aspetto essenziale, o come se improvvisamente avesse fornito loro le parole a lungo cercate per definirsi.

“Perfezionismo” e “responsabilità” sono infatti gli altri due piedi di questo tripode esistenziale, trascendendo abbondantemente la qualità di semplici caratteristiche personali. Apparentemente del tutto indipendenti dalla depressione o in generale da una dimensione affettiva, esse in realtà appartengono all’essenza stessa della persona e occupano una posizione centrale in ciò che accade.

Quella di cui parliamo è sì una personalità dai tratti ossessivi, ma vissuta con disponibilità e senso del dovere; è un perfezionismo, ma non un perfezionismo ossessivo e sterile: è un voler far bene, un essere sempre a posto con la coscienza, uno star lì dove serve. Responsabilità e perfezionismo sono i due strumenti con cui esercitare il controllo e mantenere l’omeostasi: l’una riguardo alle relazioni, agli affetti, al Mitwelt; l’altro nei confronti della realtà delle cose, delle prestazioni, dell’Umwelt.

La vita si estende dunque lungo una interminabile serie consecutiva di prestazioni, dal cui completamento si alimenta il circuito dei significati – financo poi dell’identità stessa; si sviluppa come una figura ad una dimensione, regolata dalla categoria della serialità.

In questo panorama, lungo questa strada, ad un certo punto qualcosa accade. L’esperienza spesso riferita dal paziente è la sensazione dell’esaurimento di un meccanismo, della stanchezza, della coartazione di una dimensione personale. Il circuito delle prestazioni, insieme cura e male, non riesce più a riempire un vuoto che si fa vuoto perché colmato da ciò che di per sé è insignificante e che assume il suo senso proprio in rapporto alla monodimensionalità della vita, alla sua strategia razionale, alla sua funzionalità a risolvere la dialettica perfezionismo-responsabilità.

Vengono talora rievocate esperienze passate, piccole depressioni, momenti di sconforto, adolescenze malinconiche, quasi fossero avvisaglie rimaste inascoltate e superate senza traccia per abitare quel mondo di efficienza in cui certe debolezze non dovevano esistere – o, meglio, potevano non esistere. Tali affioramenti sembrano indicare una potenza inespressa, una dimensione possibile ma mai esplorata, che preme dal fondo venendo ogni volta respinta.

La depressione che irrompe lungo questa via viene percepita, abbiamo detto, come un “non” ed un “non più”, che mette in crisi il sistema di riferimento della persona: essa si manifesta quindi come un “meno”, un esproprio, una perdita.

Ma, come già detto, il soggetto prova di fronte ad essa innanzitutto uno spaesamento.

Lo spaesamento del soggetto è lo spaesamento di fronte ad un campo, ad una seconda dimensione, che egli sta per cogliere, impreparato, come disabitata. L’irruzione della depressione è soprattutto irruzione dell’affettività nella vita serializzata e razionalizzata del soggetto, di qualcosa cioè che non si lascia spiegare, controllare, ma nemmeno trascurare. È l’irruzione di un’istanza sopita che reclama ora attenzione per sé, che abbatte il complesso dei valori preesistente svilendone il significato e dimostrando come esso sia stato fondalmentalmente inutile. Lungi dall’essere una perdita di senso secondaria e derivabile dal sintomo depressivo, lo svuotamento di questi pazienti è la vera ed autentica perplessità di fronte ad una vita spesa nel tentativo di riparare l’irreparabile, di cercare là una soluzione al problema che invece era qui, sotto i loro occhi, prossima ma per qualche motivo sempre invisibile.

La trasformazione di un percorso razionale in un campo emotivo, arricchisce di potenziali significati e coloriture ogni atto passato; ma tali significati non sono mai stati colti, mai espressi, mai compiuti: essi sono persi, e con loro il tempo trascorso.

L’aprirsi di una dimensione – la dimensione dello spessore affettivo, del significato autentico – svilisce la precedente esistenza monodimensionale, e fa ritrovare il soggetto in possesso di una moneta sostanzialmente svalutata e – il che è più grave – a farlo scoprire in drammatico, incolmabile ritardo. Egli avverte il pericolo di non essere mai stato vero soggetto: il tripode esistenziale sopra citato poggia sostanzialmente su istanze esterne e oggettuali, attributori di senso per un soggetto che non si sente mai abbastanza tale.

Di fronte allo spianarsi di questo campo, abbiamo detto, il paziente vive il proprio spaesamento. Vogliamo precisare come con “spaesamento” intendiamo sì richiamare il senso dell’heideggeriano Unheimlich, e quindi lo sconcerto e l’inquietudine che si accompagnano a questo dramma, ma anche recuperare il senso italiano della parola, a sottolineare come questi pazienti si trovino esattamente nella condizione di chi è senza paese, senza cittadinanza, di chi si scopra improvvisamente esule.

Non appartiene più loro il “mondo di prima”, ma non è per loro nemmeno il vissuto del “non ancora”, che presuppone la visione almeno ipotetica e potenziale di un mondo “altro” rispetto a quello perso. Anzi, lo spaesamento è esattamente la coltre che separa il paziente dalla percezione di questo campo che – paradossalmente – proprio ora si fa vicino e, in questo avvicinarsi, inquieta. Il paziente si trova di fronte ad un Sé-fantasma, un’immagine insieme presente e persa. Il Sé è fantasma perché la dimensione persa è sempre stata una dimensione di possibilità respinta, è sempre stata il luogo della “potenza” del soggetto, luogo abitabile ma inabitato, luogo della possibilità neanche fantasticata, semmai fantasmatizzata.

Egli, pertanto, è nella situazione – potremmo dire – del non-esser-più-situato, e la sua più probabile richiesta – se ve n’è una – è che gli venga restituita “la propria natura”, che gli venga illustrato il modo per uscire dal buio in cui si ritrova “tornando sui propri passi”.

Qui si pone un importante problema terapeutico. Si aprono infatti al medico innumerevoli possibilità: se questo infatti è il percorso che porta il paziente alla depressione, anche noi ci troviamo di fronte al campo in cui si muove l’individualità della persona; ci viene quindi richiesto un affrancamento dalla nostra consueta condotta serializzata, per distinguere attentamente quali siano le esigenze individuali del paziente che abbiamo di fronte.

In molti casi la richiesta evidente è quella di attraversare questa fase il più velocemente possibile tramite qualsiasi artificio, per recuperare il proprio mondo perso. Ciò sembra paradossalmente valido tanto più per quei pazienti per i quali è maggiore la dissonanza fra intelligenza e disposizione introspettiva. Questi pazienti in realtà vogliono essere guariti.

In altri casi il paziente avverte di aver colto in varia misura “qualcosa” oltre la coltre dello spaesamento, di aver intuito – in modo più o meno consapevole – l’apertura di una dimensione esistenziale ulteriore, pur con tutte le contraddizioni che ciò comporta e che abbiamo già esaminato. In tali casi prevale realmente la richiesta di ricostruzione di una rete di significati, che viene affidata al medico. Questi pazienti vogliono essere curati.

Quale sia la strada intrapresa dal paziente dipende da una serie infinita di fattori. Occorre del resto considerare che questo “campo” ha e manterrà fino all’ultimo i caratteri del numinoso. Avvertito ma non conosciuto, percepito insieme come proprio e come estraneo, è nel suo caso valido ciò che scrive F. Otto per il numinoso: “si sottrae alla sfera del razionale, ed è un arreton, un ineffabile in quanto assolutamente inaccessibile alla comprensione concettuale”.

La terrificità del campo inabitato può avere una triplice connotazione; anch’essa influirà sul percorso del paziente.

Innanzitutto, può generare angoscia per un nulla che inghiotte, in riferimento ad uno spazio di cui viene percepito solo l’esser vuoto.

In secondo luogo può produrre panico, in riferimento ad uno spazio che colpisce per la misteriosità del suo contenuto e la potenza delle energie in gioco. Di queste ultime si può distinguere nettamente l’entità, con il corrispondente rischio di venire schiacciati senza sapere se tali energie spingano verso la distruzione o la trasformazione, e a quale prezzo.

Infine, è angoscia per la possibilità, cioè per la molteplicità delle potenziali trasformazioni; ciò apre una serie di questioni delicate riguardo la responsabilità che il paziente sente nei confronti del proprio destino e del proprio passato, e su come tutto questo si incontri con il ruolo e le funzioni dello psichiatra. Non entreremo nel merito di questo argomento, che meriterebbe uno spazio a sé stante.

La depressione si pone come chiave e mistero, come sintomo centrale e come semplice effetto. È il male ma anche la difesa dallo spaesante che cela.

Un sintomo presentato come evenienza semplice, occasionale, all’interno di una vita apparentemente sana e che il più delle volte continua a godere di efficienza e buon funzionamento sociale, ci appare quindi ad un’analisi più accurata come un’esperienza altamente terrifica, degna quindi di eccezionale attenzione.

Soprattutto, se è un atto mancato da parte del medico il rifiuto di una richiesta di senso ed al suo posto la somministrazione cieca e sorda di un farmaco, è altresì una violenza scaraventare il paziente nell’ignoto senza che egli si senta pronto o capace.

Forse l’intervento di profilo più elevato consiste nel lasciare al paziente il tempo ed il modo di capire quale strada seguire: se ricostituirsi un mondo qual era prima o intraprendere una ricerca verso il nuovo.


Bibliografia

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Pubblicato con lievi differenze in Attualità in Psicologia, vol. 16, n. 3, 2001