Parliamo di paura.

Premessa: userò qui i termini paura, ansia e angoscia in modo colloquiale e con significati parzialmente sovrapponibili. Non è un trattato di psicopatologia, mi interessa solo il senso di un ragionamento.

La paura è un’emozione naturale suscitata dalla presenza o dalla possibilità di un pericolo che induce una reazione di fuga o di difesa. Essendo noi esseri piuttosto evoluti, il concetto di “pericolo” è particolarmente esteso. Sono pericoli quindi un orso che corre verso di noi o la casa che va a fuoco, ma anche una strada ghiacciata, il conto in banca che si assottiglia, far arrabbiare la fidanzata, non passare un colloquio etc.

In pratica, guardato nella giusta prospettiva, il mondo è un enorme, gigantesco complesso di pericoli. Il nostro cervello ci viene in aiuto facendo per noi, senza che ce ne rendiamo conto, una feroce selezione. Quel che avanza viene gestito con altri trucchi. Fra questi, la razionalizzazione. Sapere cosa succede e perché ci aiuta a gestire il problema. Pensare di sapere cosa succede e perché ci aiuta a tenere sotto controllo l’ansia.

Essendo il mondo governato da (così pare) leggi fisiche, conoscere i nessi causali è una strategia vincente nel 99% dei casi. Il problema è che nel 99% dei casi siamo anche costretti a fare un’opera di semplificazione: “Esco di strada perché la strada è ghiacciata” è sostanzialmente vero, ma lo dico senza aver valutato il coefficiente di attrito, la massa dell’auto, la superficie della strada nel punto in cui ho perso il controllo etc.; tralascio un sacco di dettagli.

È difficile accettare il fatto che siamo prima esseri emotivi e solo dopo razionali. La razionalità emerge ex post per decifrare stimoli che hanno già generato una risposta emotiva (che non capiamo o non vogliamo accettare). Quindi:

paura → bisogno di sicurezza → controllo → sicurezza

O, meglio:

paura → bisogno di sicurezza → sensazione di controllo → sensazione di sicurezza

Sottolineo “sensazione di”.

Più paura → Più ricorso a difese emotive e irrazionali
→ Interpretazioni "pseudorazionali" (con cherry picking dei dati),
per trovare spiegazioni che ci rassicurino
dandoci una illusione di controllo.

Breve excursus: il delirio funziona proprio in questo modo: a una condizione di angoscia potente e destrutturante fa seguito la “chiusura” dell’interpretazione delirante che, anche quando persecutoria, è più tollerabile della condizione precedente.) Il delirante “preferisce” sentirsi perseguitato (e darsi quindi un senso di quello che succede) piuttosto che non sapere cosa gli stia succedendo.

A cosa serve invece stimolare la paura? A molte cose, diverse fra loro.Per alcuni, per far emergere un “nuovo ordine” occorre distruggere l’ordine attuale passando attraverso il caos (Bannon, Cummings).

Per altri, è funzionale a indurre un comportamento desiderato, a fini commerciali o politici (Nix, Cambridge Analytica)

Per altri ancora fa parte di un cupio dissolvi millenaristico e apocalittico. Si veda nel caso 👇

Poi ci sono bisogni personali, primi fra tutti il desiderio di essere visti e riconosciuti e la reazione alla propria stessa paura (spavento gli altri, ma condivido l’emozione e mi rassicuro attraverso l’irrigidimento di una interpretazione razionale).

“So cosa succede / So cosa bisognava fare / So chi è responsabile se non è stato fatto / So con chi prendermela / So di chi è la colpa / Lo sapevo io etc.” hanno tutti in comune il verbo “sapere” (e salutame a Socrate…)

Reazioni umane, che però sarebbe bene mettere in secondo piano quando si ha una posizione di responsabilità per dare spazio a una più meditata ricerca del bene comune.

Oggi siamo ancora più esposti alla paura perché sono crollate vecchie griglie interpretative (ideologiche) mentre si è impennata la disponibilità di informazioni che ci danno l’illusione di un accesso sconfinato al sapere (che però non è fatto di informazioni, ma di relazioni tra le informazioni). Il problema è che la paura è già lì ed è quindi facilissimo scatenarla: basta trovare un nemico o un pericolo o – ancor meglio – entrambi.

Però la paura ci fa regredire a modelli emotivo-nevrotici (come singoli) e tribali (come società). A volte le spiegazioni reali, anche se in astratto disponibili, sono troppo complesse. E la complessità, a sua volta, genera paura (o resistenza). Del resto, si oppone al principio di semplificazione di cui sopra.

Mi piace a questo punto fare una libera associazione: la tolleranza alla complessità è associata a uno stile cognitivo più sensibile all’esperienza estetica.

In altre parole, sono convinto che chi abbia la capacità di stupirsi per dieci minuti davanti a un quadro di Hopper ha anche maggiori strumenti per gestire la paura in modo sano. In conclusione: se volete avere meno paura non dovete sapere tutto di tutto, dovete piuttosto educarvi alla complessità. E, per questo, un Rothko è più utile dell’ultimo articolo di Lancet.

Post scriptum sulla scelta de “L’uomo disperato” di Courbet in apertura. Un modo che abbiamo per bilanciare la paura è la SPERANZA. Questo ha a che fare con il modo in cui ci “infuturiamo” (sì, termine orribile). È altro argomento, ma mi pare giusto spiegare 😉


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