“Ibis redibis non morieris in bello”: così – secondo la tradizione – rispondeva la Sibilla Cumana a un soldato. Il responso però è scritto su foglie e, racconta Virgilio:

se mai si leva un lieve vento e dalla porta schiusa si getta sulle foglie e le scompiglia, lei non si dà pensiero di acciuffarle mentre volano via per la caverna, né di ordinarle ancora e ricomporre le parole profetiche. Così tutti se ne ritornano delusi, maledicendo l’antro e la Sibilla.

Quindi “andrai in guerra, tornerai e non morirai” oppure “andrai in guerra, non tornerai e morirai”? Il responso è ambiguo e insoddisfacente.

La Sibilla di Cuma prosegue nel mondo romano la tradizione delle profetesse di Apollo iniziata assai prima in Grecia e il cui centro è Delfi, sede di un oracolo particolarmente celebre:

Mi disse Febo ch’era scritto ch’io m’accoppiassi con la madre mia, e che versassi con le mani mie il sangue di mio padre.

Una profezia apparentemente chiara, senza possibilità di fraintendimento, quella che Edipo cerca di scongiurare lasciando Corinto e i suoi presunti genitori per finire però proprio là dove il vaticinio troverà compimento. A Tebe, di cui nel frattempo è diventato re, arriva anzi un altro responso chiaro: l’assassino di Laio è in città ed è il responsabile della peste che la affligge.