Nel talk show di prima serata un gruppo di esperti si confronta sul movente del feroce assassino. Una frase, un gesto, la reazione a una domanda ne tradiscono il profilo psicologico. I puntini vengono uniti fino a tessere un raffinato quadro diagnostico che ne spieghi passo passo pulsioni, motivazioni, atti.
L’infettivologo divenuto popolare durante la crisi del Covid (che oggi si propone come “divulgatore scientifico”), sostiene che il “delirio di onnipotenza” di Trump potrebbe essere dovuto a sifilide terziaria.
Una pubblicità online invita a scoprire con un rapido quiz “quale tipo di ADHD sei”.
Leggo l’articolo di una “scrittrice e attivista” che spiega le ragioni della depressione post-partum.
In libreria, schierati in più file su un intero scaffale, dalle rispettive copertine occhieggiano con sguardo benevolo sfilze di autori che spiegano come crescere un bambino difficile, come liberarsi dalle relazioni tossiche, come vivere felici senza sentirsi in colpa.
Tiene banco sui social la polemica su un articolo in cui Richard Dawkins conclude che Claude sia “cosciente”.
Depressione, delirio, coscienza: termini entrati nell’uso comune con l’ambizione però di mantenere il loro valore e significato tecnico. Non modi di dire, quindi, ma vere e proprie etichette psicopatologiche assegnate disinvoltamente al di fuori dello spazio clinico.
