La quarantena ci ha esposto a un’esperienza inusuale, difficile da definire, in cui i concetti di normalità e di anormalità si confondono improvvisamente. Degli ultimi due mesi ciascuno ha probabilmente un ricordo diverso: per alcuni — lavoratori “essenziali” — sono state giornate intense e stressanti; per altri, di malattia o di lutto; la maggior parte del Paese ha vissuto però in una condizione di sospensione, di attesa, per certi versi di reclusione, dai tratti surreali.

Mentre strade e piazze riprendono ad animarsi per l’auspicata “ripartenza”, può rivelarsi salutare rielaborare l’esperienza di questa forzata e necessaria reclusione domestica da tutti accettata nella speranza di mettersi al riparo da una tempesta invisibile la cui forza era rappresentata solo da grafici, elenchi, bollettini: comunicazioni fredde di un pericolo — per chi non l’abbia affrontato in prima persona — astratto e impalpabile.

Il “dentro casa”, spazio tradizionalmente destinato al riposo e alla famiglia, si è trasformato in luogo totale, esclusivo, scompaginando i nostri equilibri con l’esterno ma soprattutto con l’interno. Molti di noi, soprattutto i più “estroversi” (giacché per gli “introversi” la quarantena è stata una condizione quasi di grazia), si sono trovati inaspettatamente a confronto con una dimensione immobile, bloccata, con un panorama che da amichevole diventa inaspettatamente ostile.

Questa condizione è definibile solo “per sottrazione”, in virtù di ciò che manca, della libertà persa, della disponibilità perduta. Esaurito il brivido del telelavoro in pantaloni corti o di spericolati esercizi di panificazione casalinga, si fa via via largo la noia. E se già non fosse abbastanza fastidioso questo sentimento, occorre anche subire consigli (e rimproveri) sulla mancata capacità di stare con se stessi, di approfittare per migliorare la propria cultura, di trovarsi degli hobbies. In buona sostanza di fare qualcosa e non rompere troppo le scatole.

La noia, in realtà, è un sentimento molto penoso ed è troppo facile “colpevolizzare” chi la provi senza fermarsi, invece, a riflettere sul suo senso profondo. È, anzi, un sentimento-tabù, quasi illegittimo, il meno giustificato dei nostri sentimenti negativi eppure quello di cui meno riusciamo a sentirci responsabili.

L’esperienza della stagnazione è quasi l’esperienza della non-esperienza. E non è autentica se non la viviamo e accettiamo così, come una ripetizione sterile, un movimento a vuoto, un succedersi di tentativi infruttuosi, cui la ciclicità sempre uguale a se stessa delle giornate di isolamento fa da cassa di risonanza.

Per trascendere da questa dimensione unidimensionale, occorre prendere coscienza, invece, dell’invisibile.

Il primo elemento invisibile, in una condizione sopra denotata come definibile solo per sottrazione, è quello della novità: la nostra esperienza della quotidianità dovrà mutare dalla visione di un mosaico cui mancano delle tessere a quella di un mosaico le cui tessere raffigurano un’immagine completamente diversa. Finché la viviamo alla sola insegna della perdita, nell’aspirazione di una restitutio ad integrum, non saremo in grado di cogliere le nuove relazioni (in atto o in potenza) che si articolano fra ogni elemento e a ogni livello di questo sistema: con i nostri familiari, col nostro prossimo, con la comunità, a livello globale.

Il secondo elemento invisibile è l’inevitabilità del cambiamento: possiamo tornare cento volte nello stesso posto, ma nessuna visita sarà mai esattamente uguale alla precedente. Al di sotto della nostra coscienza avvengono movimenti di cui non siamo sempre consapevoli e che devono anche passare, a volte, attraverso apparenti fasi di sterilità. La stessa esperienza della sterilità, mi si perdoni il paradosso, è potenzialmente feconda.

Molti cambiamenti sono invisibili all’occhio: perché sommersi o perché molto lenti. I cambiamenti più importanti indotti da questa pandemia sono probabilmente di questo genere e occorrerà, per comprenderli, uno “sguardo fresco” e capace di cogliere l’invisibile prima che diventi visibile, lo stesso sguardo richiesto da Isaia quando chiede: «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Isaia 43, 19).


Pubblicato su L’Osservatore Romano il 25 maggio 2020