Molte fake news si basano sulla distorta interpretazione di una foto. Diamo per scontato che la fotografia sia oggettiva: del resto, noi crediamo innanzitutto “ai nostri occhi”. La mia storia preferita, quando devo spiegare questo tema, riguarda una foto di Joel Sternfeld.

1º livello (la foto): Joel Sternfeld, McLean, Virginia; December 1978. Un commento che lessi una volta a questa foto la interpretava così: mentre i colleghi rischiano la pelle per domare un incendio, un pompiere si compra incurante una zucca.

2º livello (la storia): Sternfeld sta passando nei pressi di un campo di addestramento quando assiste a questa scena. L’incendio è finto, il pompiere inquadrato è in pausa. Questa informazione supplementare cambia completamente l’interpretazione dei fatti.

3º livello (la storia della foto): Sternfeld racconta anni dopo che non aveva idea si trattasse di un addestramento. I livelli di realtà e interpretazione si rimescolano ancora. Ancora più emblematica quindi la scelta del titolo: vago, generico.

4º livello: Quando ho raccontato questa storia ad Augusto Pieroni (docente a Officine Fotografiche), mi ha risposto che probabilmente – conoscendo Sternfeld – egli avesse visto soprattutto “l’arancione” (zucche-fuoco). L’incursione nello sguardo del fotografo apre un altro piano di lettura.

Il fascino della fotografia è nella sua irriducibilità a uno solo di questi livelli (documentale, estetico, soggettivo…). Il rischio della fotografia è nel credere (solo) ai propri occhi, dal momento che tendiamo a “chiudere” ogni buco interpretativo con un preconcetto.

“No individual photo explains anything. That’s what makes photography such a wonderful and problematic medium (…) Because photography has a certain verisimilitude, it has gained a currency as truthful – but photographs have always been convincing lies.”
–J. S.

Non c’è cosa più vile che scartare tutto questo per presentare ad arte una realtà distorta. La fotografia è sempre in parte falsa e in parte vera. E le menzogne più velenose sono proprio quelle che contengono elementi di verità scelti con malizia (Otello e il fazzoletto…).

Oggi la menzogna fotografica va sospinta da una didascalia, ma la foto ha sempre un sottotesto invisibile. La didascalia sussurra (o grida) all’orecchio, ma noi crediamo innanzitutto ai nostri occhi. Per questo la fotografia è un mezzo così potente di fake news. Questo vale anche e soprattutto per le immagini che confermano le nostre convinzioni o che ci danno piacere (es.: la bufala del cane salvato dopo il collo del ponte di Genova, scattata invece a NYC l’11/9).

Postilla: c’è un altro motivo per cui parlo proprio ora, dopo il thread precedente, di fotografia. La fotografia è stata prima inventata e solo poi – dopo molti, molti, molti anni – in qualche modo compresa. Credo valga lo stesso per la Rete.

Un esempio del potere assertivo della fotografia. Questo tweet non è pro/contro (considero Trump agghiacciante), ma solo uno stimolo alla riflessione. Al vertice NATO di Brussel, è stata scattata una foto ormai “iconica”, che ben rappresenta non solo gli umori ma anche le posizioni politiche dei leader coinvolti. È, secondo me, una foto bellissima. Però non tutto quel che dice è vero e non dice tutto quel che è vero. Ha girato molto meno una seconda foto scattata nella stessa circostanza che ha un tono completamente diverso.

Lascio a voi il divertimento di riflettere su quale sia più “vera” e attraverso quali canali si dispieghino – oltre quello della mera registrazione ottica – verità, rappresentazione, storia, “narrazione” (termine che ormai andrebbe abolito per legge) etc.

Un esempio più leggero (aprile 2018). Prince William non sta mandando a quel paese nessuno, sta solo dicendo che i figli ora sono diventati tre.


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